Forse l’avere.

Tu mi hai e io, tra molti, forse ti sono.

Barriera, confine, monile, tovaglia, sospiro, candela, colore, bisogno, risveglio, consumo, cassetto, un pallido fiore spostato dal sole.

Ti sono sporgente/appuntito/leggero/ti sono macchia/carezza/pugno sospeso. Ti sono qualcosa di un fragile elenco inventato? Provo a vedere se tengo parola che segua al mio fare scostante e in mezzo a milioni di cose mi trovo maglione, matita, cappotto, bicchiere, colletto, soffitto, portone, leggìo, concerto, maniglia, forse merletto. Ti sono almeno cotone?

Tu mi hai e io, tra molti, ti sono. Cuscino, tristezza, permesso, ti prego, perdono. Sistema, purezza, la mano e il tuo suono. Perché, come faccio, il ghiaccio, il profumo? Mi hai e mi rendi perfetto, sgualcito il riposo, il buco nel petto. Mi hai come targa confusa di lettere inermi, mi hai come ponte che tiene in contatto due regni, come armadio senz’ante, perduto, indifeso, come bottone nell’asola buona, come il niente quando niente è rimasto a cadere.

Perché tu mi sei, corda che tiene e nodo a tentare, la presa perfetta per poi camminare.

Mi sei raccolta differenziata del vetro, che taglia e lì resta negli anni in frantumi a dire i doni preziosi, a dire i consumi. Mi sei quello che resta di senso in una giornata, la fame ed il bene, le mancate risposte alle troppe parole, le rose, nuove maciate di viole.

Mi sei parte profusa di cuore, il mio “poco avere” gettato nel mare. Mi sei ramo spezzato che sanguina e dice “Perché mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perciò la tua mano dovrebbe essere più clemente”. Tu mi hai per intero quello che sono, dannato, imperfetto, dantesco al richiamo. Mi hai senza posto a occupare. E mi invento di tutto e c’ho paura di meno, di quello che resta, ferisce, ribalta, potente calpesta.

Mi hai e non sono per tutti ma credi con forza il contrario, crea liste d’attesa ed elenchi di fiato. Come spina nel fianco mi hai e più non credo di potermi inchiodare. Se ci riesci prova a spostare.

Tu mi hai e mi sei, forse ci siamo.

La premessa perfetta per quando, un giorno, ci incontreremo.

 

 

C’ho fastidio.

C’ho fastidio tutto intorno, alla linea di confine del sentire, al mio non dire che risucchia il brutto dentro e fa annegare.

C’ho fastidio al vento, al sole un pò malato e pure all’orlo scucito della gonna che non uso.

Vacci piano col colore lì sul sole, quando spingi la matita sopra il foglio a colorare. Mi fa male la carta che rimane sotto stropicciata, l’azzurro intenso delle onde disegnate, l’imbrattare tuo convulso come il mare.

Sto provando a dirti che il fastidio mi è diventato male, all’epidermide, agli occhiali, alla punta delle dita. Un pò lo vedi che c’è sale e ferita nuova a sanguinare?

Fammi piano sul contorno, non salirmi sulle scarpe, non tirarmi più i capelli.

Rispetta lo sbiadito dei miei jeans, il verde della maglia, la collana appesa al collo a ricordare.

/ Accarezzami le spine e fammi bene, o tira dritto al centro e non temere /

Cristo Santo, c’ho dolore alla cintura mia di pelle, al bracciale tuo di stelle, alla tasca del cappotto, al bottone che tiene la camicia stretta al petto e più non lascia stare. Il cuore sotto più non vive, poi diviene e cresce ancora.

C’ho dolore! Lo hai capito? Lo vedi che al confine non mi tengo e sono pronto a lasciartelo strappare? Prendi tutto, tira forte che smetto di soffrire.

La matita nera a definire l’anima perduta qui mi sfrega.

Brucia poi il rossetto sulla bocca, l’ombretto sullo sfondo, lo smalto rosso acceso.

Brucia l’aria contro il viso. Staccati il sorriso. Tira tutto quanto.

Tutto mi fa male di quel che vedo intorno, gli occhi tuoi lunghi e prepotenti, il legno del bancone, il quadro al muro appeso sbieco, il bianco sporco della tela, quel Cristo appeso al chiodo a scardinarmi il fare.

C’ho fastidio ai lacci delle scarpe e al gomito che s’alza quando bocca secca beve.

C’ho male al male che si vede.

Alle lacrime che vestono di grazia il tuo potere.

C’ho male alla nota di coda del profumo, quello tuo che mi condanna al pieno.

C’ho male alla facciata mia di casa quando apri le finestre per far entrare luce.

All’orologio che qualcuno ha placcato in oro quando voleva essere plastica leggera e un poco di fortuna. Allo spigolo della scrivania, alla quarta di copertina poi strappata e alla punta della penna conficcata, in mezzo al foglio e nel vivo delle carni, in mezzo ai ragni.

C’ho dolore al contenitore che dentro tiene da mangiare e non lascia mai cadere.

C’ho dolore lancinante alla parola che rimane sulla punta della lingua solitaria e disperata e alla tua che viene fuori senza freno, livida e spietata.

All’ultima tua dolce offesa, alla pretesa sana che rimane in superficie a far di conto su chi siamo.

C’ho male dappertutto e me lo sento e niente più respiro. Niente più mi dico.

C’ho male al margine mostruoso di chi sono, alla linea ben esposta del sentire che, vaffanculo!, tu m’hai preso.

L’ultimo numero stanco

7, i sospiri appena prima di dormire.

13, i pensieri disturbati da tutto quasi quanto dal niente.

19.36, l’ora con il minuto perso, persi insieme però.

3, i secondi utili per sbattere contro qualcosa ed eternizzare il male, quanto il bene.

4, i calici di vino per 4 amici che nessuno berrà per all’arrivò del quinto, nemico disatteso.

2, gli occhi ma solo se li apri.

10, le dita ma solo se fanno presa.

2, i pugni o i cuori, se chiudi 10 dita.

5, le cose belle che puoi ricordare quando sei felice.

1, la cosa che non riesci a dire e vale 100.

17, i concetti esplicitati ad uno sconosciuto che ti guarda nello specchio.

8, le ferite di una settimana a cui il cuore ha chiesto tregua.

1, la settimana che non dà tregua ma rende le ferite potenziali feritoie.

24, le paure chiuse in scatola e classificate con cura.

6, i colori da associare a emozioni di cui non ricordi il nome.

4, le confessioni che hai fatto all’altro sperando in un “io ti assolvo”.

0, le assoluzioni.

14.32, l’ora con il minuto andato, rimane l’ora.

7, gli anelli che abbracciano le dita e non lasciano.

6 ma non ti sento.

13, i castelli di sabbia che qualcuno ha trasformato in rabbia.

44, i gatti in fila che non hai mai sopportato e i tuoi kg per il secondo amore.

137, le meraviglie che hai visto in faccia, la sua.

138, le delusioni toccate con mano, la tua.

72, gli eccetera.

Finito, l’ultimo numero stanco.

 

Musician in the Rain by Robert Doisneau

Ballata di un incauto rebus.

C’è di nuovo che non c’è stato inizio, io non credo. Solo musica, presumo, e molto tempo a fare spazio, a tirar via gran polveroni. Sconosciuti gli occhi e non si tenevano le mani. Persi i giorni dietro vite, scompensati tutti i piani, gli anni densi, i fari spenti. Sconosciuti per decenni come calzini un pò spaiati.

Sento il basso che mi preme infondo al petto ed io che apro e senti che ti parlo, a muro morbido, ed ora siamo.

Non ho chiesto, non volevo. Eppure credo, ora temo. Ché eravamo assai distanti, dietro tasti non di piano, forte il senso delle note, forte il modo di sentire.

E mano hai messo sullo scudo a dire – aspetta, forse esco – . E mano ho messo sullo scudo a dire – stai lì fermo, sono io che mi avvicino -. A punto di contatto decidere che fare, vino bere, confusione, ruggine a levare, il freddo della sera, un pò tentare e fare piano. Al passo stare.

/Just hold me close/

E sento poi scrosciare il pieno del tuo vuoto, l’incalzare prepotente di chi ero e sono ancora e dolcezza tua venire lì a placare, a dire “fammi bene, vacci piano, io forse più non dico”. E dire tanto, dire ancora, bocca farsi libro e ironia spiazzante, ludica sorpresa, gli occhi grandi, – Che vuol dire? Cosa c’è di nuovo da spostare? -.

– Gira a te la sorte buona, gira quel bicchiere! –  .

C’è di nuovo che non c’è stato avviso, io non credo. L’incisione della carne, l’etimologia servita sopra al piatto non d’argento ma dorato. Un pò d’arcobaleno a fare da contorno, un pò di luce, prova a “fare”, ma fai piano. E il resto non importa. Non a me che ho perso tutto e nulla ho più da dare. Ma per te ho un riff di chitarra nella testa, insistente quanto basta, tachicardico se riesce. Riesce il suono? Senti il dono?

C’è di nuovo che quando passo io nascono rebus e non sono fiori, e tu, se passi tu manca d’improvviso… manca… io…

Sento il basso che mi preme infondo al petto ed io che apro e senti che ti parlo, a muro morbido, ed ora, forse, siamo.

 

Se mi lasci ti cancello.

Del mare rotto te l’ho detto, amore mio?

Del cassetto rimasto aperto, del libro sformato a pagina 5, masticato il senso, digerito il giusto? E del caffè senza più zucchero o tracce d’arancione, che senza tensione la mano mia ora lo tiene?

Del soffitto azzurro carta da sale, di lei che nel lato fragile del cuore mi fa più male?

Del posto-auto in casa nuova te l’ho detto? Amore mio, tu l’hai capito?

Del silenzio che non mi sopporta, della stoffa verde che mani buone più non tocca e non diviene?

Dei suoi capelli neri e lunghi che ricordo ancora? E del resto che tutto manca?

Te l’hanno detto che lavoro? E tu ti sei accorto che in realtà “fatico” a tempo pieno per la mia vita e tiro poche volte il freno? E che niente è garantito?

Hanno solo sbagliato verbo e posto dove farmi stare.

Io ho sbagliato solo tempo e cose che ancora non so dire.

Te l’ho detto delle ultime 7 lauree e di 19 aperitivi rimandati, di 12 appuntamenti posticipati, 43 lezioni prese sulla vita, 251 tratte in autobus nell’area urbana?

Delle scarpe consumate e del viaggio al caldo quando l’estate era finita e pure l’energia dell’anno andato?

Dei libri nuovi che ho annusato, amore mio? Di Nievo che si turba quando sa del mio trasloco e di Marquez che mi guarda e pensa che la mala ora m’ha ferito?

Del valzer lì per strada e dei suoi baci buoni, del poco di paura che mi tiene dal soffrire ancora per un estraneo che sento troppo umano?

E di una tizia strampalata che si strappa un pò i capelli e li conserva e mi prende per il verso giusto di poesia?

Delle attese che producono “vacanza” nociva nello stomaco affamato? Neanche questo sai ancora? Neanche questo poi ti ho detto.

Di una “medica” un pò lontana che mi tiene a bada e mi consola, sola al mondo lei mi ama?

Te l’ho detto che il 12 si è azzerato, piano piano, e che il mi bemolle ogni tanto vibra ancora? Te l’ho detto quello che mai più saremo?

Non t’ho detto niente. Niente, credo, Amore mio.

Costa fatica lasciarsi senza dirsi addio.

 

Il Piccolo Principe e la volpe. Analisi di un addomesticamento forzato.

Chissà quanti di voi, come me d’altronde, hanno preso spunto da Il Piccolo Principe di Exupèry per elaborare infinite riflessioni traumatiche durante un comune giovedì sera.

Vi capisco, vi sono vicina. La questione di sta povera rosa che dovrebbe essere speciale ma praticamente è come le altre, sto povero cristo di Principe che fa incontri strani manco fosse capitato in Via Zamboni di venerdì sera dopo cena e la volpe, la volpe! Questa creatura dolce e indifesa che è passata alla storia come l’unico animale al mondo che ama essere addomesticato dal primo venuto, anche se è vestito da Principe.

Fatte queste premesse, dopo anni e anni di traumi e di citazioni riguardanti il tema scottante dell’addomesticamento, sono giunta a fare un’analisi piuttosto disincantata dell’incontro fatidico tra la volpe e il Piccolo Principe.

Obiettivo dell’analisi: guarire dai tormenti esistenziali che solo la letteratura provoca. E ve la dono anche questa analisi, nella speranza che voi possiate guarire con me e prima di Natale (perché già lo so che a qualcuno regalerete il libro! E so anche che, come me, entrerete al cinema per vedere il film con gli occhi a cuoricino! Lo ammetto, a volte ha ragione Eros quando dice  che “certi amori regalano un’emozione per sempre”. Noi proviamo intanto ad eliminare la fase “per sempre”. Ce la possiamo fare. Uniamo le forze per il bene comune).

Da bravi lettori se non ricordate il brano lo trovate qui in allegato La volpe e il Piccolo Principe. L’addomesticamento. pdf

In rosso troverete le frasi su cui fare attenzione!!! Prima leggetelo bene e poi via di analisi.

Analisi dei punti salienti del brano:

  • Non s’è mai vista una volpe così poco furba. Na deficiente, in pratica. Vuole proprio soffrire, vuole così tanto logorarsi che, di sua sponte, invita il Piccolo Principe ad addomesticarla, conscia delle lacrime che verserà quando lui la lascerà (perché la lascerà! C’è scritto ma è anche sottinteso! Oserei dire scontato).
  • Da notare l’insistenza con cui la volpe cerca di convincere Il Piccolo Principe di quanto sia dolce ed emozionante essere addomesticati. L’esempio fatto dalla volpe esplicita quello che le persone comuni chiamano “stato d’ansia”: aspettare tutti i giorni qualcuno alla stessa ora… anzi, a partire da un’ora prima! Evvai di travaglio interiore!
  • La volpe non si accorge, (noi si, mi raccomando restiamo concentrati) che il Principe le dice due cose fondamentali: “Non ho molto tempo”.. della serie “ah ciccia, c’ho da fa! Devo vedere altra gente, scoprire altre cose..” e Comincio a capire… C’e’ un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”. Cosa vuol dire questa seconda frase? Ve lo spiego: il Piccolo Principe ha già qualcuno che lo ha addomesticato e non potrà essere addomesticato una seconda volta. È chiaro, evidente, anche illuminato il concetto.. come un’insegna di un mega store che si vede mentre passi con la macchina in tangenziale! E di sicuro la volpe non hai mai ascoltato “Triangolo” di Renato Zero né la convinzione con cui Renato dice “No!” dopo la parola “triangolo”.  
  • La volpe alla fine ha la meglio: non viene tramortita ma quasi, viene addomesticata (leggasi “sedotta e abbandonata”). E come volevasi dimostrare dai numerosi segnali di “respingimento” dati dal Piccolo Principe viene lasciata lì perché lui deve andare dalla sua rosa. (Qui la volpe avrebbe dovuto pensare: Bell’amico che sei! È vero che io ho fatto pressioni per st’addomesticamento ma mica ti ho obbligato! E ora chi ci pensa a me? Lo sai, vero, che appena te ne vai attraverso la strada a occhi chiusi e senza passare sulle strisce?  Ma la volpe non si esprime. Non pensa. Non sa. andiamo avanti!)
  • La volpe ha un lampo di genio e tenta una velata minaccia : “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato” che tradotto significa “non fare il furbo ciccio, non mi ti scolli di dosso così facilmente!”. Il Principe, che dall’inizio non c’ha capito un ciufolo e poco gliene importa, la saluta e tante care cose. Ma prima le dice una cosa che lo candida a Principe premuroso dell’anno e gli fa vincere anche la fascia: “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”. Ed ecco che avviene un classico per i fans accaniti dell’amour toujours: lo “scaricamento” di responsabilità. (E qui mi sbilancio: c’ha ragione il Principe. C’ha ragione eccome! Se sei una che soffre di dipendenze e di masochismo dovrai pure saperlo! E non ti lamentare volpe. Questo deve partire, ha la navicella, una rosa ed è pure Principe! Tu sei una volpe e neanche furba!!!)

Riflessioni conclusive e morale personale della favola:

Non siate volpi poco volpi che qualcuno v’abbandona.

Non siate Principi poco Principi che qualcuno se la prenderà con voi: o una rosa o una volpe o il mondo intero.

Non siate neanche rose perché qualcuno avrà contemporaneamente messo voi sotto una campana di vetro e addomesticato una volpe da un’altra parte.

Se proprio volete essere qualcosa siate quello che ve pare ma non raccontatelo in giro perché poi passa l’Exupéry di turno che scrive un altro libro e fra 2000 anni stiamo ancora qui a risolvere i problemi esistenziali di tutti. Cià.

 

Vedimi tu.

Vedimi tu, ché hai gli occhi densi, la fronte alta, il sorriso acceso.

Vedimi tu, ché hai consistenza, la grazia nel guardare, i giorni tutti interi tra le mani.

Vedimi tu, dalla finestra o dalla porta, dalle lenti degli occhiali, dal vetro consumato del bicchiere, dal cielo in una stanza, dalla bocca dello stomaco o dal cuore.

Vedimi tu, ché io mi perdo e tiro dritto, ché io non c’ho coraggio, non mi impegno mai abbastanza.

Vedimi tu, ché hai la faccia coraggiosa.

E hai lasciato una sola luce accesa.

Vedimi tu. Io ho il vento contro e anche Saturno e un poco il mondo intero.

Vedimi tu, ché mi nascondo bene e non metto mai le lenti, mi rintano e faccio guscio.

Tiro giù i capelli sulla fronte e non mi smuovo, faccio finta, sempre mento.

Vedimi tu, ché hai gli occhi belli e non mi ricordo più di che colore sono.

Stavolta il verde non importa.

Vedimi tu, prima che Parigi bruci e scada lo yogurt dentro al frigo.

Vedimi tu, ché hai gli occhi intensi e guardano lontano.

Vedimi tu, per quello che so dire.

 

In Via Andreini, al 123.

In Via Andreini, al 123, ci lasciai diverse cose, in tempi non sospetti ma molto stretti, molto intensi.

  • Un maglione a righe bianche e blu, di grossa lana, molto calda, tanto spessa.
  • Paia di scarpe 8, due per ogni stagione che mi strinsero i piedi fino a vacillare.
  • Una moka da 6 tazze, di mia nonna, con dentro caffé Quarta regalatomi da mia madre. Appresso al pacchetto il consiglio di non berne troppo che fa male, che di mio sono agitata, che è meglio l’orzo, che latte non ne ho mai bevuto, che devo anche mangiare e non fare troppo tardi la sera, che è meglio se cambio carattere e non ragazzo, che la puzza sotto il naso la sento solo io, che mi servono vitamine, parole buone, buone persone e qualche maglia nuova, meno bracciali figlia mia, meno bracciali.
  •  Un filo di lacrime quando ancora pensavo fossero perle. Invece s’era rotto il filo e tutti quei pallini fuggivano per casa, di corsa e disperati, quanto me ma con più garbo.
  • 27 cd masterizzati, tutti male. 27 storie mai riprodotte. Che spreco d’esistenza!
  • 17 dispense tra letteratura, filosofia, storia e linguistica italiana con un mucchio di sottolineature appassionate. Quanta mina! Quella buona che non fa saltare in aria mai nessuno.
  • Un chiodo fisso al muro che ancora mi sta attaccato al cuore.
  • Il calendario di Emergency per un anno nuovo che è diventato vecchio. Gennaio aveva gli occhi neri di un bambino. Non sono più riuscita a cambiare mese. Gennaio dura ancora.
  • Lo spazzolino bianco, da viaggio, che c’ha messo un tizio. Uno di quelli che ama volare e finisce per sorvolare su “una questione privata”.
  • Tre pacchi di pasta della coop, uno senza glutine, per lei.
  • Varie ed eventuali, cose.

In via Andreini c’ho lasciato molte cose. Anche le essenziali, quelle mie soltanto e non per grazia ricevuta.

  •  La mala ora prospettatami da Marquez e i suoi cent’anni di solitudine, tutte le foglie morte sparse in casa. Nessun amore colpito da colera. I miei, difficili, avevano altre patologie.
  • La leggerezza vera di Calvino e quella insostenibile di Kundera.
  • Le confessioni di Nievo e dietro le mie, pesanti, taciute e poi piante attraverso La Pisana durante le ore passate in 32 di spalle alla finestra.
  • Molto forte e incredibilmente vicino, Foer così mi ha detto e io ho ascoltato e tutto era già stato troppo, troppo forte, vicino, e sarebbe stato ancora inalterato. Poi il nulla, d’improvviso.
  • Fotografie dell’11 settembre, nulla due volte e gente sul ponte, l’elogio dei sogni, ringraziamento e scrivere un curriculum e la Szymborska tutta, fino a starne male, fino a credere che altra bellezza non fosse possibile altrove.
  • Milioni di :, per Edoardo: Sanguineti. Per chiudere ogni frase.
  • Amai per Saba e amo ancora.
  • Il profumo della scelta tra La scrittura o La vita e il dolore nello stomaco quando vinsero la Vita, degli altri, gli occhi, degli altri, la strada, degli altri, l’amore, per gli altri.
  • 7 anelli a far peso tra le mani, a ricordarmi che ogni giorno è generato da un triste 2013 e contiene un lieto, ma non troppo, 2015.
  • Un tappo di spumante a ricordarmi che ho dimenticato il giorno in cui avevo da festeggiare. Perché te lo devi ricordare, perché devi festeggiare.
  • Le coperte di flanella per gli inverni freddi, per i letti piccoli, per gli amori inutili.
  • Un coperchio con cui tappavo rabbie, solo qualche volta. Io mi ci affeziono ai limiti e me li porto ovunque.
  • Il volto di Lévinas, tutti i giorni al risveglio e prima di dormire.
  • Biglietti d’auguri per la laurea. Coriandoli nel cappotto e un sogno sconfinato che tiene botta e mi consola.
  • Chissà quante cose ancora, varie e sempre eventuali. Caso mai.

In Via Andreini, al 123, c’ho lasciato molte cose, passandoci una sera, all’ora di cena.

Non avevo tasche da svuotare, niente chiavi per entrare in case sconosciute. Non avevo molto tempo e nessun discorso preparato.

Ma avevo voglia, di lasciarmi.

Allora ho raccontato:

 

Di spalle.

Ti ricorderai delle spalle.

Io delle spalle mi ricordo. Mi hanno detto. Più dei volti e della bocca, degli occhi e di colori marcati e variegati, più della forma definita delle mani, ti ricorderai delle spalle.

Delle spalle di più.

Andare via, insieme, tutti quanti in fila, ben ordinati e silenziosi o singoli, imperfetti, con le scarpe a fare peso di sudicio dolore sull’asfalto.

E anche l’uno ti sembrerà una folla, scomposta e dirompente. Di spalle, una fiumana, un torrente, tempesta di sabbia e tu lì nel mezzo attraversato da corrente. Notando la figura e bene il passo, la movenza, lo spazio tra te e quel che manca. All’improvviso inconsistenza e non si colma, non riempi niente.

Tra le sue spalle e la tua faccia tutto il tempo perso e perso il fiato, sprecato, levigato il naso, rotto il pianto, chiuso il senso.

Tra le spalle e il petto tuo tutta la distanza, la netta differenza tra forza a spingere e fragilità a tirare, vuoto a perdere ed esigenza immatura del dare.

Tra le spalle e i piedi tuoi tutto il tragitto fatto e quello sospeso, tapis roulant, biciclette, scale a pioli, strisce bianche, bucate le scarpe, treni dimenticati dai binari, milioni di sipari, il verde l’arancione e il rosse insieme, le scie delle comete, la segnaletica imbrattata da street art 2.0.

Due i piedi, scalzi.

Ti ricorderai della spalle, sue, illuminate dai lampioni che riportano a casa. Io delle spalle mi ricordo. Mi hanno detto. Più delle mani quando non tengono e quando troppo stringono, più della giacca di panno color verde manca-la-speranza, più del timbro di voce che assopisce nella testa e del blu sul soffitto sputato nelle notti tiepide d’addii e d’attese. Più dell’incavo al centro del petto, suo, evidente a verificar mancanze primordiali e del neo sul piede mio, invisibile a sottolineare trasparenze piene, pieno il tratto a definirci. Più dei dettagli e dei sospiri, dei cortili a primavera gentili e sani.

Ti ricorderai le spalle. Io delle spalle mi ricordo. Allontanarsi piano e in riservata danza, leggere e voluttuose. Allontanarsi veloci e in concitato segno d’abbandono, forti e coraggiose.

Io delle spalle mi ricordo, mi hanno detto, mettendoci la faccia.

 

Ho detto niente.

nodo

Al senso d’abbandono ho reagito, legando, trattenendo, trovando il modo e pure il verso, mai quello giusto, mai il giusto tempo dedicato.

Ho detto niente, niente storie.

Cancella le pretese e i giochi di confine tra il tuo dire esasperato e il mio continuo dare.

Ho detto niente, niente scuse. Camminare, lontano andare e tagliare poi le fila, del discorso, del pretesto manifesto di tornare lì a cercare il senso pieno del sentire.

Ho detto niente, niente accuse, non le rose.

Ho detto niente, non cercare.

Ho detto niente, lascia stare le finestre, non rifare le coperte. Butta tutto via che l’essenziale s’è attaccato e ha preso forma lì sul polso. Ago nella carne e non fa male, non più a morire.

Non consumarmi il cuore a furia di pulire il senso delle cose che non dico. Ora non provo, non volevo. Ora non credo. Ho detto niente.

Al senso d’abbandono ho rimediato, educandomi alla logica sopravvalutata dell’ ìmpera! ma solo se dividi. Ho fatto a pezzi tutto e ho corona in mano, ma di spine. Il poco male, infondo, è come il poco bene.

Ho fatto a pezzi tutto, il poco s’è salvato sulla bocca dello stomaco, per quando poi mi perdo e da sola mi consolo. Ho detto niente, niente resta. E quando il caldo m’è scappato dalle mani ho fatto il nodo, ho scelto ancora. Non di testa. Niente resta. Ho detto niente. Tutto resta.