La cura, sbagliata.

Dalla parte dei tuoi sguardi andare, poi fidarsi appena, indietreggiare. Dalla parte del buon tempo, del “se” frantumato sotto suole pesanti e disgraziate. Dalla parte della cura sussurrata a tradimento, mai da garantire, mai da riscaldare al sole. Sussurrare che (ti proteggeró dalle paure delle ipocondrie dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai). Da terra rialzare il peso dei baci, dalla parte dell’estroversione condurre le mancanze. Tirare via, cacciare fuori, per la grazia degli umori sereni e rilassati sul bel viso e superare (le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare). Dalla parte sfatta del letto racimolare quel che resta, rughe ciglia lacrime malinconie sodalizi frontespizi mandorle e ciliegie. Le attese solo attese. Dalla parte stronza del domani trascinare (il silenzio e la pazienza), dall’altro lato del confine dipingere settembri ancora nuovi. E cantare le canzoni per quando, povero, (tesserò i tuoi capelli come trame di un canto), tesserò forti anelli e (te ne farò dono). Dalla parte tua, e non saprò salvarti. Dopotutto, vive le ossessioni, vive le manie. Dopo aver tentato la cura, dopo avere ed essere, dopo mongolfiere e fil di lana, dopo tutto. Dalla parte del tentativo smisurato di provare, indietreggiare.

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