Venerdì

Venerdì mi sai di male

Venerdì mi sai di male, del contorcesi convulso del serpente che coda morde e niente teme. Venerdì mi sai di sale, del tappeto arrotolato e messo in piedi in mezzo al niente; non è angolo di stanza, non coltello né metro giusto di distanza. Mi sai di lune piene, di nuvole a cullarsi in mezzo al cielo, a fare piano, a fare nero. Temporali mi si caricano addosso e squarcia il fulmine nel petto. Ho detto “chiudi le finestre, tieni fermo il letto”.

Mi sai un poco di ritorno alle abitudini malsane, alla penna che non dice, al domani che mi tace, ai ferri corti e ai fari spenti, ad agosto sottovuoto che mi rende inerme e un pò disperso. Venerdì.

E mi sai di pane che non riesco a consumare, di bocconi improvvisati che giù non so buttare. E tiro indietro, allora, anche il passo appena fatto che non t’ha dato niente, il tentativo non riuscito di farmi a te presente. Non funziono e non perdono, vacillo negli affanni di chi per natura ancora sono, di quello che rincorro e mai raggiungo, dell’inquieto fuori e dentro forse buono.

Venerdì e qui rimane: la sua bocca a fare presa, il pugno di disprezzo in pieno viso del potente, un foglio bianco che nessuno ha colorato, una lista della spesa e piangi padre chè il mondo mi ha già divorato. Piangi madre e trova soluzione ai giorni, fatti chiesa e prega bene, accendi ceri, interroga la iena ché tu l’hai data al mondo ed oggi più non si dimena. Piangi sconosciuto se non ti ho dato ancora niente, metti in fila il tuo disprezzo e io la mano per il sempre. Venerdì mi prendi ai fianchi? Non ti basto? Venerdì mi sai di male quasi meno, quasi basta se ti vedo e mi presento. Ti invito, puoi ballare? Amo il lento.