Comodini

L’abisso non ha comodini

L’abisso non ha mica comodini, niente panche, non le tende, neanche due cuscini!”

M’hai guardato stamattina come a dire “Se cado niente si mantiene in superficie. È un risucchio, scivolare, fare i conti con le spine”. M’hai guardato come a ribadire “L’abisso non prevede spazi per l’appoggio, scale a risalire, ascensori funzionanti, corde molto tese, colonnine. Amore mio, nessun arredamento ad abbellire! Non c’è posto per le cose da sentire!”.

Preso da sconforto mi sono poi ingegnato, foglio, una matita e per te l’ho costruito… un abisso fatto a Casa che c’avesse il tetto sopra, il pavimento ben fissato, luci al neon a illuminare, mensole dovunque, i tavoli, le sedie forti e belle, di marmo poi le scale. T’ho progettato una mensola a “infinire” che attraversa i continenti, volevo ci poggiassi i libri, i sogni, i documenti. Un appendiabiti stellato che c’avesse il mio profumo per lasciarci appesi i giorni di ogni anno, i cappotti, le valigie, il martedì mattina, e fare luce a tutto quanto e dirti mio e più di nessuno. T’ho disegnato una cascata di latte accanto al letto di ciliegio, un comodino grande con  cassetti colmi di ogni pregio. Il letto, amore mio, è fatto per restare. Ha dentro la cucina, un bar senza bancone per toglierti i confini, mille stanze per il bene, un parco con il sole, il negozietto di camicie che ti piace, le strade che ricordi, la grotta da guardare, la spiaggia e, certo, anche tutto il Mare.

Una linea l’ho tirata verso il cielo con il verde e ho disegnato un armadio che contenesse il tuo domani, gli amori più importanti, i treni quelli persi, gli amici ritrovati, i lavori di successo, gli scarponcini per la neve, i concerti in prima fila, le vittorie meritate, gli slanci fortunati. T’ho messo accanto al letto la sabbia del deserto, una finestra a tirar vento che ti ricordasse poi l’Egitto. La collana l’ho trovata e l’ho riposta nel bicchiere, pieno d’acqua e lunghe primavere. Millemila di milioni milionanti incastri li ho previsti per le scatoline, tu le apri, le colori, ci metti dentro le manine. Quando hai fatto tutto quel lavoro che ti piace puoi sederti sul selciato del gigante, qui in Irlanda, e prenderti il tuo tempo, fare a modo, essere contento. Nell’abisso che per te ho progettato c’è spazio sufficiente per un porto, un figlio, un planetario, le stanze dei parenti, aerei-arcobaleno, pacchi di pasta buona e tanti condimenti. C’ho montato un giradischi per la musica del mondo, ho insonorizzato tutto, chiamato mille orchestre che accompagnassero ogni giorno. Amore mio, volevo dirti che l’abisso mi toglie tempo e alimenta fantasie ma che per te lo rendo bello, forte e con mille garanzie.

T’ho visto poi rientrare dalla porta, era sera e io per lo sforzo un pò tremavo, m’hai guardato come a dire “Amore mio, che hai combinato?”. T’ho guardato e ho fatto piano, mi son tolto dal furore e poi ti ho detto “Amore, l’abisso non esiste, andiamo a letto”.

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Ché ogni giorno ti dimentico

Ché ogni giorno ti dimentico

per dimenticarti ancora, il giorno dopo,

fino a farlo diventare sempre.

 

Il lunedì mattina, ti dimentico,

appena sveglio,

venerdì prima di cena,

domenica alle 15.00 sentendo il peso delle 17.00 e poco poco.

il 3 febbraio, il 5 di ogni mese, il 9 quando è agosto.

 

Quando non ti scrivo, ti dimentico,

quando non mi pensi,

quando più non dico,

quando un pò mi manchi,

quando faccio finta,

quando silenziamo.

Quando le parole troppe,

poi il niente tutto,

la musica, quel verso,

il caffè, le gelaterie, il tapis roulant, la seta, il mantello,

le battute, i cani, gli aeroporti, le stronzate, il vino,

le porte chiuse, la gelosia, i quadri, le cose, i volti nuovi,

i chissenefrega, le paure, la poltrona, le camicie,

le cornici, le mani, il film, il computer, la lezione,

le lancette, le delusioni, i portici.

 

Ché ogni giorno ti dimentico,

per dimenticarti ancora, il giorno dopo,

fino a farlo diventare sempre.

Ti dimentico ogni giorno da 91 giorni appena.

 

Ché m’hai fatto male,

togliendo tempo a quello che restava,

spazio a ogni mia difesa,

parole sopra a un tavolino che ci volevano un pò guarire.

 

Ché mi fai male e io dimentico,

la vita s’attacca al collo e non ci sei.

E alle mancanze non s’aggiunge niente.

Finisce pure la poesia.