scale

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale

Ho preso tempo per non far vincere l’istinto del mio fare e ho fatto male.

Allora ho preso fiato e mi sono un pò buttato, a capofitto, nell’impresa, e ho fatto peggio. Peggio è stato il dire, il non capire che eravamo assai distanti, inconcludenti, a tratti dipendenti dal mio Male.

Ho preso un treno per portarmi indietro, chiudere e ricominciare. Sul vagone mi è iniziato il tremolio dello sconforto primordiale, di quando nasci che ti sembra di morire.

Ho preso d’acqua un sol bicchiere, tirato tutto, nulla a rinfrescare. Avevo male.

Ho preso tempo ancora, vai col respirare. Contavo in spilli l’aria che mi usciva dalla bocca e in chiodi quella a entrare. Come un Cristo, mi sentivo, che sopporta il dolore delle genti e lì rimane, appeso e sanguinante. La croce non l’avevo ma il chiodo nel suo ferro lo sentivo.

/ Vicino di vagone, che mi guardi come fossi sconosciuto, dico a te, tendimi la mano. Lo vedi che sono buono? Che il sentire non lo dico ma ti imploro? Soffro il tuo soffrire, il tuo sereno stare, il fare e un pò l’avere, il miele quanto il sale. Soffro il mare.  Non lo vedi? /.

Ho preso le distanze dall’assenza di contatto poi visivo. Chi non t’aiuta t’ha solo poi tradito.

Ho preso in mano quel poco di ragione che restava per scendere dal treno.

Ho fatto in fretta. Ho preso la valigia, il collare del tuo cane, la terra sotto i piedi maledetta.

Ho preso spazio tra le gente che passava e giù di corsa lì per strada.

Al semaforo d’incrocio il verde m’ha spiazzato. Son rimasto inerme. Ho preso lo scudo da battaglia e l’ho lasciato. – Codardo, figlio mio. Te l’ho detto che con lo scudo si torna dalla guerra. O sullo scudo, quando hai perso. Figlio mio, ma tu mi vivi ancora, grazie al cielo. E le guerre hanno tutte da finire. Una croce l’hai lasciata, tu prova a ripartire -.

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale a salire.

Al rosso ho preso forza e ho camminato.

/ L’effetto devastante del perdono di se stessi ha fatto il resto /.

Ho preso quel poco che restava per riavermi, in parte o per intero. Per me o per uno sconosciuto che al mondo mi somiglia. Ho preso gli anni, le disfatte, le primule in cortile. Ho preso maggio, novembre e poi l’aprile. Ho preso Mattia, la Franca, Michele e la Sofia. Ho preso per capelli il mio buon grado di follia.

Ho preso quello che restava in fila ad aspettare, il 15 d’agosto tutti insieme al mare. Ho preso il liceo col tunnel che m’aveva intrappolato, il gelato all’amarena, l’amore più spietato. Ho preso i jeans, lo spazzolino, le bollette della luce mai pagata, l’insalata, il libro che invano mi ero dedicato, la canzone scritta a penna sul costato.

Ho preso a schiaffi la paura e ho detto “ancora”.

Ho detto “io mi sento”, io forse credo. Nel “forse” ho preso vita e un attimo d’amore.

Forse. forse.

Il sole.

 

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