Sei l’Intero.

Ho provato, sul finire di giornata, a darti un soprannome, a tagliarti nel concetto, a stravolgerti nel senso. Mi hanno detto che bisogna un pò ridurre, fare piano, ammorbidire. Fare ancora, un pò smussare. Ché così chiede l’amore.

C’ho provato, io, davvero. Mentre il sole mi cadeva addosso, c’ho provato.

Il nome tuo, per amore dell’amore, l’ho tagliato.

Pensavo di rendere leggero il peso del sentire che mi tiene quando piano poi ti chiamo. Alle sette di mattina io ti dico tutto intero, ancora un pò assonnato, e alle 9 della sera ti ripeto, forte e giusto sul palato, stanco forse, a volte disperato. Mi sai sano, tutto intero, quando ti allontano e urlo forte perché più non ti perdono. Mi sai buono, nella prima e nell’ultima vocale. Mi fai male, e a seconda consonante mi verrebbe da lasciare.

Ho ricomposto il centro e, per amore dell’intero, ho lasciato tutto come stava. Son tornato indietro.

Tolgo solo l’ultima vocale, mi son detto. Ma è là che io ti vedo, proprio infondo, quando mi sei giunto a compimento dentro al petto e nella bocca, quando ti lascio il gusto al cioccolato infondo al cono e lì finisce tutto, pure la fatica della settimana strana. Così l’ultima vocale del tuo nome l’ho lasciata e son tornato indietro ancora.

E se sposto solo qualche cosa? Se tolgo un pezzo e metto un altro e provo poi a mischiare? Se cambio il grado di colore e il mio modo di parlare? Se t’aggiungo il nome che daremo ai nostri figli, o il rumore che fa la porta quando sbatte e tira vento, l’errore di dettato fatto in prima elementare? C’aggiungo al nome tuo il mio nome che proprio non ti piace, ma poi facciamo insieme ed entra un pò di luce. Ci metto quello di tuo padre, forse quello della tua migliore amica o un pò di note musicali. Ho pensato che ti piace il cielo e c’ho lasciato un pò di blu, poi sopra il verde e una serie scombinata di sospiri, quelli tuoi quando m’appartieni e tutto siamo.

Nel tuo nome ci ho messo quello che potevo e alla fine mi ha schiacciato, come quando litighiamo e mi sento un masso sul costato, mi sento gigantografia di deficiente quando piangi, e vuoto di burrone, mi sento sfibrato in ogni lembo mio di carne e spremuta di cazzate a profusione. Mi sento tutto e poi non sento niente. C’ho provato, io, davvero. A diminuirti, a vezzeggiarti, a prenderti e disfarti. Per amore dell’amore mi son fatto fanciullino pascoliano e ho messo Dei ovunque, parole nella bocca di ogni Adamo. Ho usato pinze e forbici e punti di sutura, c’ho messo dentro confusione, i libri, la paura. T’ho reso inerme e poi potente, ho tolto il male, aggiunto il sempre. Ma non mi diminuisci dentro e non vezzeggi neanche tanto, non cambi consistenza, non mi lasci e sai d’incanto. Sei l’intero del tuo nome, fonema per fonema mi appartieni. E più non riesco, non provo nessun gusto a farti altro. Sei l’intero, il mio perfetto pronunciato.

 

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