colori

Immobile Restare

Darti un colore, un suono, un tempo.
Dirti un giorno, un consiglio incauto, un vanto.
Di poterti poi trovare tra le cose che ho tenuto, poche ma felici.
Di sentirti, tra le dita di una mano a camminare, tra le cose che per te saprò capire.

Leggero nel chiarore della tenda che col vento poi si schiude, il riso.
Di te un rosso matto a respirare.
Di tenerti incerto e spensierato, a volte stanco, preoccupato. Di tenerti ancora e farmi male nella presa, che al corpo mio risucchia forze intere e continue fantasie.
E a modo fare. Al mondo per te stare.
Di vederti gli occhi dolci e ben nascosti sotto il più raro dei cuscini, quello che protegge l’oro sacro degli animi bambini. Di te vederti il centro, il fondo e il lato, di saperti integro, da me solo poco consumato. E non toccare a rovinare, fare piano, la musica abbassare. Di te arrossire e più non fare.

/Immobile/Restare/

Di darti mille o uno solo, per intero e mai sfumato, arcobaleno. Di darti spazio sano e tempo pieno. Poi le more, l’agosto giusto, il freddo di dicembre, il portico più bello, la forza innata per il sempre.
Di darti la carezza nella mano e almeno un credo nella testa, lacci ben tenuti per le scarpe e tasche grandi a contenere i piani. La matita per sottolineare tutto e ancora un poco, la finestra per guardare dove io mi trovo, la luce accesa a dire “corri” e l’interruttore pronto a staccare i brutti giorni. Di darti amore che sia pane. Può bastare?

Di mostrarti che ho paura e a volte faccia scura ma convincerti che è tutto chiaro e ha sapore di premura. E pulire i passi, togliere il fastidio, trovarti tra le cose che ho curato.
Che una rosa è una rosa. È una rosa la tua mano.
Darti poi un contorno e farti margine perfetto, respirarti forte il senso e lasciare sfatte le lenzuola sopra il letto. Permettere che sia l’amore a mantenere e non dire mai “prometto”.

Di poterti poi cercare nelle cose mie comuni che mi sapranno nuove, scegliere il dove, il quando, il come. Leggero nella pioggia della sera, insieme ad acqua di fontana, toccarti in trasparenza, il viso. Di te un blu acceso e non dormire. E dirti ancora e poi finire.

scale

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale

Ho preso tempo per non far vincere l’istinto del mio fare e ho fatto male.

Allora ho preso fiato e mi sono un pò buttato, a capofitto, nell’impresa, e ho fatto peggio. Peggio è stato il dire, il non capire che eravamo assai distanti, inconcludenti, a tratti dipendenti dal mio Male.

Ho preso un treno per portarmi indietro, chiudere e ricominciare. Sul vagone mi è iniziato il tremolio dello sconforto primordiale, di quando nasci che ti sembra di morire.

Ho preso d’acqua un sol bicchiere, tirato tutto, nulla a rinfrescare. Avevo male.

Ho preso tempo ancora, vai col respirare. Contavo in spilli l’aria che mi usciva dalla bocca e in chiodi quella a entrare. Come un Cristo, mi sentivo, che sopporta il dolore delle genti e lì rimane, appeso e sanguinante. La croce non l’avevo ma il chiodo nel suo ferro lo sentivo.

/ Vicino di vagone, che mi guardi come fossi sconosciuto, dico a te, tendimi la mano. Lo vedi che sono buono? Che il sentire non lo dico ma ti imploro? Soffro il tuo soffrire, il tuo sereno stare, il fare e un pò l’avere, il miele quanto il sale. Soffro il mare.  Non lo vedi? /.

Ho preso le distanze dall’assenza di contatto poi visivo. Chi non t’aiuta t’ha solo poi tradito.

Ho preso in mano quel poco di ragione che restava per scendere dal treno.

Ho fatto in fretta. Ho preso la valigia, il collare del tuo cane, la terra sotto i piedi maledetta.

Ho preso spazio tra le gente che passava e giù di corsa lì per strada.

Al semaforo d’incrocio il verde m’ha spiazzato. Son rimasto inerme. Ho preso lo scudo da battaglia e l’ho lasciato. – Codardo, figlio mio. Te l’ho detto che con lo scudo si torna dalla guerra. O sullo scudo, quando hai perso. Figlio mio, ma tu mi vivi ancora, grazie al cielo. E le guerre hanno tutte da finire. Una croce l’hai lasciata, tu prova a ripartire -.

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale a salire.

Al rosso ho preso forza e ho camminato.

/ L’effetto devastante del perdono di se stessi ha fatto il resto /.

Ho preso quel poco che restava per riavermi, in parte o per intero. Per me o per uno sconosciuto che al mondo mi somiglia. Ho preso gli anni, le disfatte, le primule in cortile. Ho preso maggio, novembre e poi l’aprile. Ho preso Mattia, la Franca, Michele e la Sofia. Ho preso per capelli il mio buon grado di follia.

Ho preso quello che restava in fila ad aspettare, il 15 d’agosto tutti insieme al mare. Ho preso il liceo col tunnel che m’aveva intrappolato, il gelato all’amarena, l’amore più spietato. Ho preso i jeans, lo spazzolino, le bollette della luce mai pagata, l’insalata, il libro che invano mi ero dedicato, la canzone scritta a penna sul costato.

Ho preso a schiaffi la paura e ho detto “ancora”.

Ho detto “io mi sento”, io forse credo. Nel “forse” ho preso vita e un attimo d’amore.

Forse. forse.

Il sole.

 

Sei l’Intero.

Ho provato, sul finire di giornata, a darti un soprannome, a tagliarti nel concetto, a stravolgerti nel senso. Mi hanno detto che bisogna un pò ridurre, fare piano, ammorbidire. Fare ancora, un pò smussare. Ché così chiede l’amore.

C’ho provato, io, davvero. Mentre il sole mi cadeva addosso, c’ho provato.

Il nome tuo, per amore dell’amore, l’ho tagliato.

Pensavo di rendere leggero il peso del sentire che mi tiene quando piano poi ti chiamo. Alle sette di mattina io ti dico tutto intero, ancora un pò assonnato, e alle 9 della sera ti ripeto, forte e giusto sul palato, stanco forse, a volte disperato. Mi sai sano, tutto intero, quando ti allontano e urlo forte perché più non ti perdono. Mi sai buono, nella prima e nell’ultima vocale. Mi fai male, e a seconda consonante mi verrebbe da lasciare.

Ho ricomposto il centro e, per amore dell’intero, ho lasciato tutto come stava. Son tornato indietro.

Tolgo solo l’ultima vocale, mi son detto. Ma è là che io ti vedo, proprio infondo, quando mi sei giunto a compimento dentro al petto e nella bocca, quando ti lascio il gusto al cioccolato infondo al cono e lì finisce tutto, pure la fatica della settimana strana. Così l’ultima vocale del tuo nome l’ho lasciata e son tornato indietro ancora.

E se sposto solo qualche cosa? Se tolgo un pezzo e metto un altro e provo poi a mischiare? Se cambio il grado di colore e il mio modo di parlare? Se t’aggiungo il nome che daremo ai nostri figli, o il rumore che fa la porta quando sbatte e tira vento, l’errore di dettato fatto in prima elementare? C’aggiungo al nome tuo il mio nome che proprio non ti piace, ma poi facciamo insieme ed entra un pò di luce. Ci metto quello di tuo padre, forse quello della tua migliore amica o un pò di note musicali. Ho pensato che ti piace il cielo e c’ho lasciato un pò di blu, poi sopra il verde e una serie scombinata di sospiri, quelli tuoi quando m’appartieni e tutto siamo.

Nel tuo nome ci ho messo quello che potevo e alla fine mi ha schiacciato, come quando litighiamo e mi sento un masso sul costato, mi sento gigantografia di deficiente quando piangi, e vuoto di burrone, mi sento sfibrato in ogni lembo mio di carne e spremuta di cazzate a profusione. Mi sento tutto e poi non sento niente. C’ho provato, io, davvero. A diminuirti, a vezzeggiarti, a prenderti e disfarti. Per amore dell’amore mi son fatto fanciullino pascoliano e ho messo Dei ovunque, parole nella bocca di ogni Adamo. Ho usato pinze e forbici e punti di sutura, c’ho messo dentro confusione, i libri, la paura. T’ho reso inerme e poi potente, ho tolto il male, aggiunto il sempre. Ma non mi diminuisci dentro e non vezzeggi neanche tanto, non cambi consistenza, non mi lasci e sai d’incanto. Sei l’intero del tuo nome, fonema per fonema mi appartieni. E più non riesco, non provo nessun gusto a farti altro. Sei l’intero, il mio perfetto pronunciato.