poesia muri

Alle 18.40

Voglio fare.

Fammi spazio.

Vorrei dirti.

Dimmi “tutto”.

Se poi finisce?

Continuo io.

La parola e la mano.

La musica la senti?

La poltrona nella stanza?

La preferisci al cielo?

Preferisco il 5.

Prendi anche quello che rimane.

Mi fa male.

Questo è il bene.

Ho paura.

Mi è venuta fame.

Fai piano.

Stringi forte.

In che senso?

Il tatto.

È buio.

Mi fai luce.

E domani?

È venerdì.

Vado via.

Via San Felice?

Smettila.

Tu finiscimi.

Forse l’avere.

Tu mi hai e io, tra molti, forse ti sono.

Barriera, confine, monile, tovaglia, sospiro, candela, colore, bisogno, risveglio, consumo, cassetto, un pallido fiore spostato dal sole.

Ti sono sporgente/appuntito/leggero/ti sono macchia/carezza/pugno sospeso. Ti sono qualcosa di un fragile elenco inventato? Provo a vedere se tengo parola che segua al mio fare scostante e in mezzo a milioni di cose mi trovo maglione, matita, cappotto, bicchiere, colletto, soffitto, portone, leggìo, concerto, maniglia, forse merletto. Ti sono almeno cotone?

Tu mi hai e io, tra molti, ti sono. Cuscino, tristezza, permesso, ti prego, perdono. Sistema, purezza, la mano e il tuo suono. Perché, come faccio, il ghiaccio, il profumo? Mi hai e mi rendi perfetto, sgualcito il riposo, il buco nel petto. Mi hai come targa confusa di lettere inermi, mi hai come ponte che tiene in contatto due regni, come armadio senz’ante, perduto, indifeso, come bottone nell’asola buona, come il niente quando niente è rimasto a cadere.

Perché tu mi sei, corda che tiene e nodo a tentare, la presa perfetta per poi camminare.

Mi sei raccolta differenziata del vetro, che taglia e lì resta negli anni in frantumi a dire i doni preziosi, a dire i consumi. Mi sei quello che resta di senso in una giornata, la fame ed il bene, le mancate risposte alle troppe parole, le rose, nuove maciate di viole.

Mi sei parte profusa di cuore, il mio “poco avere” gettato nel mare. Mi sei ramo spezzato che sanguina e dice “Perché mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perciò la tua mano dovrebbe essere più clemente”. Tu mi hai per intero quello che sono, dannato, imperfetto, dantesco al richiamo. Mi hai senza posto a occupare. E mi invento di tutto e c’ho paura di meno, di quello che resta, ferisce, ribalta, potente calpesta.

Mi hai e non sono per tutti ma credi con forza il contrario, crea liste d’attesa ed elenchi di fiato. Come spina nel fianco mi hai e più non credo di potermi inchiodare. Se ci riesci prova a spostare.

Tu mi hai e mi sei, forse ci siamo.

La premessa perfetta per quando, un giorno, ci incontreremo.

 

 

C’ho fastidio.

C’ho fastidio tutto intorno, alla linea di confine del sentire, al mio non dire che risucchia il brutto dentro e fa annegare.

C’ho fastidio al vento, al sole un pò malato e pure all’orlo scucito della gonna che non uso.

Vacci piano col colore lì sul sole, quando spingi la matita sopra il foglio a colorare. Mi fa male la carta che rimane sotto stropicciata, l’azzurro intenso delle onde disegnate, l’imbrattare tuo convulso come il mare.

Sto provando a dirti che il fastidio mi è diventato male, all’epidermide, agli occhiali, alla punta delle dita. Un pò lo vedi che c’è sale e ferita nuova a sanguinare?

Fammi piano sul contorno, non salirmi sulle scarpe, non tirarmi più i capelli.

Rispetta lo sbiadito dei miei jeans, il verde della maglia, la collana appesa al collo a ricordare.

/ Accarezzami le spine e fammi bene, o tira dritto al centro e non temere /

Cristo Santo, c’ho dolore alla cintura mia di pelle, al bracciale tuo di stelle, alla tasca del cappotto, al bottone che tiene la camicia stretta al petto e più non lascia stare. Il cuore sotto più non vive, poi diviene e cresce ancora.

C’ho dolore! Lo hai capito? Lo vedi che al confine non mi tengo e sono pronto a lasciartelo strappare? Prendi tutto, tira forte che smetto di soffrire.

La matita nera a definire l’anima perduta qui mi sfrega.

Brucia poi il rossetto sulla bocca, l’ombretto sullo sfondo, lo smalto rosso acceso.

Brucia l’aria contro il viso. Staccati il sorriso. Tira tutto quanto.

Tutto mi fa male di quel che vedo intorno, gli occhi tuoi lunghi e prepotenti, il legno del bancone, il quadro al muro appeso sbieco, il bianco sporco della tela, quel Cristo appeso al chiodo a scardinarmi il fare.

C’ho fastidio ai lacci delle scarpe e al gomito che s’alza quando bocca secca beve.

C’ho male al male che si vede.

Alle lacrime che vestono di grazia il tuo potere.

C’ho male alla nota di coda del profumo, quello tuo che mi condanna al pieno.

C’ho male alla facciata mia di casa quando apri le finestre per far entrare luce.

All’orologio che qualcuno ha placcato in oro quando voleva essere plastica leggera e un poco di fortuna. Allo spigolo della scrivania, alla quarta di copertina poi strappata e alla punta della penna conficcata, in mezzo al foglio e nel vivo delle carni, in mezzo ai ragni.

C’ho dolore al contenitore che dentro tiene da mangiare e non lascia mai cadere.

C’ho dolore lancinante alla parola che rimane sulla punta della lingua solitaria e disperata e alla tua che viene fuori senza freno, livida e spietata.

All’ultima tua dolce offesa, alla pretesa sana che rimane in superficie a far di conto su chi siamo.

C’ho male dappertutto e me lo sento e niente più respiro. Niente più mi dico.

C’ho male al margine mostruoso di chi sono, alla linea ben esposta del sentire che, vaffanculo!, tu m’hai preso.