L’ultimo numero stanco

7, i sospiri appena prima di dormire.

13, i pensieri disturbati da tutto quasi quanto dal niente.

19.36, l’ora con il minuto perso, persi insieme però.

3, i secondi utili per sbattere contro qualcosa ed eternizzare il male, quanto il bene.

4, i calici di vino per 4 amici che nessuno berrà per all’arrivò del quinto, nemico disatteso.

2, gli occhi ma solo se li apri.

10, le dita ma solo se fanno presa.

2, i pugni o i cuori, se chiudi 10 dita.

5, le cose belle che puoi ricordare quando sei felice.

1, la cosa che non riesci a dire e vale 100.

17, i concetti esplicitati ad uno sconosciuto che ti guarda nello specchio.

8, le ferite di una settimana a cui il cuore ha chiesto tregua.

1, la settimana che non dà tregua ma rende le ferite potenziali feritoie.

24, le paure chiuse in scatola e classificate con cura.

6, i colori da associare a emozioni di cui non ricordi il nome.

4, le confessioni che hai fatto all’altro sperando in un “io ti assolvo”.

0, le assoluzioni.

14.32, l’ora con il minuto andato, rimane l’ora.

7, gli anelli che abbracciano le dita e non lasciano.

6 ma non ti sento.

13, i castelli di sabbia che qualcuno ha trasformato in rabbia.

44, i gatti in fila che non hai mai sopportato e i tuoi kg per il secondo amore.

137, le meraviglie che hai visto in faccia, la sua.

138, le delusioni toccate con mano, la tua.

72, gli eccetera.

Finito, l’ultimo numero stanco.

 

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Musician in the Rain by Robert Doisneau

Ballata di un incauto rebus.

C’è di nuovo che non c’è stato inizio, io non credo. Solo musica, presumo, e molto tempo a fare spazio, a tirar via gran polveroni. Sconosciuti gli occhi e non si tenevano le mani. Persi i giorni dietro vite, scompensati tutti i piani, gli anni densi, i fari spenti. Sconosciuti per decenni come calzini un pò spaiati.

Sento il basso che mi preme infondo al petto ed io che apro e senti che ti parlo, a muro morbido, ed ora siamo.

Non ho chiesto, non volevo. Eppure credo, ora temo. Ché eravamo assai distanti, dietro tasti non di piano, forte il senso delle note, forte il modo di sentire.

E mano hai messo sullo scudo a dire – aspetta, forse esco – . E mano ho messo sullo scudo a dire – stai lì fermo, sono io che mi avvicino -. A punto di contatto decidere che fare, vino bere, confusione, ruggine a levare, il freddo della sera, un pò tentare e fare piano. Al passo stare.

/Just hold me close/

E sento poi scrosciare il pieno del tuo vuoto, l’incalzare prepotente di chi ero e sono ancora e dolcezza tua venire lì a placare, a dire “fammi bene, vacci piano, io forse più non dico”. E dire tanto, dire ancora, bocca farsi libro e ironia spiazzante, ludica sorpresa, gli occhi grandi, – Che vuol dire? Cosa c’è di nuovo da spostare? -.

– Gira a te la sorte buona, gira quel bicchiere! –  .

C’è di nuovo che non c’è stato avviso, io non credo. L’incisione della carne, l’etimologia servita sopra al piatto non d’argento ma dorato. Un pò d’arcobaleno a fare da contorno, un pò di luce, prova a “fare”, ma fai piano. E il resto non importa. Non a me che ho perso tutto e nulla ho più da dare. Ma per te ho un riff di chitarra nella testa, insistente quanto basta, tachicardico se riesce. Riesce il suono? Senti il dono?

C’è di nuovo che quando passo io nascono rebus e non sono fiori, e tu, se passi tu manca d’improvviso… manca… io…

Sento il basso che mi preme infondo al petto ed io che apro e senti che ti parlo, a muro morbido, ed ora, forse, siamo.

 

Se mi lasci ti cancello.

Del mare rotto te l’ho detto, amore mio?

Del cassetto rimasto aperto, del libro sformato a pagina 5, masticato il senso, digerito il giusto? E del caffè senza più zucchero o tracce d’arancione, che senza tensione la mano mia ora lo tiene?

Del soffitto azzurro carta da sale, di lei che nel lato fragile del cuore mi fa più male?

Del posto-auto in casa nuova te l’ho detto? Amore mio, tu l’hai capito?

Del silenzio che non mi sopporta, della stoffa verde che mani buone più non tocca e non diviene?

Dei suoi capelli neri e lunghi che ricordo ancora? E del resto che tutto manca?

Te l’hanno detto che lavoro? E tu ti sei accorto che in realtà “fatico” a tempo pieno per la mia vita e tiro poche volte il freno? E che niente è garantito?

Hanno solo sbagliato verbo e posto dove farmi stare.

Io ho sbagliato solo tempo e cose che ancora non so dire.

Te l’ho detto delle ultime 7 lauree e di 19 aperitivi rimandati, di 12 appuntamenti posticipati, 43 lezioni prese sulla vita, 251 tratte in autobus nell’area urbana?

Delle scarpe consumate e del viaggio al caldo quando l’estate era finita e pure l’energia dell’anno andato?

Dei libri nuovi che ho annusato, amore mio? Di Nievo che si turba quando sa del mio trasloco e di Marquez che mi guarda e pensa che la mala ora m’ha ferito?

Del valzer lì per strada e dei suoi baci buoni, del poco di paura che mi tiene dal soffrire ancora per un estraneo che sento troppo umano?

E di una tizia strampalata che si strappa un pò i capelli e li conserva e mi prende per il verso giusto di poesia?

Delle attese che producono “vacanza” nociva nello stomaco affamato? Neanche questo sai ancora? Neanche questo poi ti ho detto.

Di una “medica” un pò lontana che mi tiene a bada e mi consola, sola al mondo lei mi ama?

Te l’ho detto che il 12 si è azzerato, piano piano, e che il mi bemolle ogni tanto vibra ancora? Te l’ho detto quello che mai più saremo?

Non t’ho detto niente. Niente, credo, Amore mio.

Costa fatica lasciarsi senza dirsi addio.