In Via Andreini, al 123.

In Via Andreini, al 123, ci lasciai diverse cose, in tempi non sospetti ma molto stretti, molto intensi.

  • Un maglione a righe bianche e blu, di grossa lana, molto calda, tanto spessa.
  • Paia di scarpe 8, due per ogni stagione che mi strinsero i piedi fino a vacillare.
  • Una moka da 6 tazze, di mia nonna, con dentro caffé Quarta regalatomi da mia madre. Appresso al pacchetto il consiglio di non berne troppo che fa male, che di mio sono agitata, che è meglio l’orzo, che latte non ne ho mai bevuto, che devo anche mangiare e non fare troppo tardi la sera, che è meglio se cambio carattere e non ragazzo, che la puzza sotto il naso la sento solo io, che mi servono vitamine, parole buone, buone persone e qualche maglia nuova, meno bracciali figlia mia, meno bracciali.
  •  Un filo di lacrime quando ancora pensavo fossero perle. Invece s’era rotto il filo e tutti quei pallini fuggivano per casa, di corsa e disperati, quanto me ma con più garbo.
  • 27 cd masterizzati, tutti male. 27 storie mai riprodotte. Che spreco d’esistenza!
  • 17 dispense tra letteratura, filosofia, storia e linguistica italiana con un mucchio di sottolineature appassionate. Quanta mina! Quella buona che non fa saltare in aria mai nessuno.
  • Un chiodo fisso al muro che ancora mi sta attaccato al cuore.
  • Il calendario di Emergency per un anno nuovo che è diventato vecchio. Gennaio aveva gli occhi neri di un bambino. Non sono più riuscita a cambiare mese. Gennaio dura ancora.
  • Lo spazzolino bianco, da viaggio, che c’ha messo un tizio. Uno di quelli che ama volare e finisce per sorvolare su “una questione privata”.
  • Tre pacchi di pasta della coop, uno senza glutine, per lei.
  • Varie ed eventuali, cose.

In via Andreini c’ho lasciato molte cose. Anche le essenziali, quelle mie soltanto e non per grazia ricevuta.

  •  La mala ora prospettatami da Marquez e i suoi cent’anni di solitudine, tutte le foglie morte sparse in casa. Nessun amore colpito da colera. I miei, difficili, avevano altre patologie.
  • La leggerezza vera di Calvino e quella insostenibile di Kundera.
  • Le confessioni di Nievo e dietro le mie, pesanti, taciute e poi piante attraverso La Pisana durante le ore passate in 32 di spalle alla finestra.
  • Molto forte e incredibilmente vicino, Foer così mi ha detto e io ho ascoltato e tutto era già stato troppo, troppo forte, vicino, e sarebbe stato ancora inalterato. Poi il nulla, d’improvviso.
  • Fotografie dell’11 settembre, nulla due volte e gente sul ponte, l’elogio dei sogni, ringraziamento e scrivere un curriculum e la Szymborska tutta, fino a starne male, fino a credere che altra bellezza non fosse possibile altrove.
  • Milioni di :, per Edoardo: Sanguineti. Per chiudere ogni frase.
  • Amai per Saba e amo ancora.
  • Il profumo della scelta tra La scrittura o La vita e il dolore nello stomaco quando vinsero la Vita, degli altri, gli occhi, degli altri, la strada, degli altri, l’amore, per gli altri.
  • 7 anelli a far peso tra le mani, a ricordarmi che ogni giorno è generato da un triste 2013 e contiene un lieto, ma non troppo, 2015.
  • Un tappo di spumante a ricordarmi che ho dimenticato il giorno in cui avevo da festeggiare. Perché te lo devi ricordare, perché devi festeggiare.
  • Le coperte di flanella per gli inverni freddi, per i letti piccoli, per gli amori inutili.
  • Un coperchio con cui tappavo rabbie, solo qualche volta. Io mi ci affeziono ai limiti e me li porto ovunque.
  • Il volto di Lévinas, tutti i giorni al risveglio e prima di dormire.
  • Biglietti d’auguri per la laurea. Coriandoli nel cappotto e un sogno sconfinato che tiene botta e mi consola.
  • Chissà quante cose ancora, varie e sempre eventuali. Caso mai.

In Via Andreini, al 123, c’ho lasciato molte cose, passandoci una sera, all’ora di cena.

Non avevo tasche da svuotare, niente chiavi per entrare in case sconosciute. Non avevo molto tempo e nessun discorso preparato.

Ma avevo voglia, di lasciarmi.

Allora ho raccontato:

 

Annunci