Di spalle.

Ti ricorderai delle spalle.

Io delle spalle mi ricordo. Mi hanno detto. Più dei volti e della bocca, degli occhi e di colori marcati e variegati, più della forma definita delle mani, ti ricorderai delle spalle.

Delle spalle di più.

Andare via, insieme, tutti quanti in fila, ben ordinati e silenziosi o singoli, imperfetti, con le scarpe a fare peso di sudicio dolore sull’asfalto.

E anche l’uno ti sembrerà una folla, scomposta e dirompente. Di spalle, una fiumana, un torrente, tempesta di sabbia e tu lì nel mezzo attraversato da corrente. Notando la figura e bene il passo, la movenza, lo spazio tra te e quel che manca. All’improvviso inconsistenza e non si colma, non riempi niente.

Tra le sue spalle e la tua faccia tutto il tempo perso e perso il fiato, sprecato, levigato il naso, rotto il pianto, chiuso il senso.

Tra le spalle e il petto tuo tutta la distanza, la netta differenza tra forza a spingere e fragilità a tirare, vuoto a perdere ed esigenza immatura del dare.

Tra le spalle e i piedi tuoi tutto il tragitto fatto e quello sospeso, tapis roulant, biciclette, scale a pioli, strisce bianche, bucate le scarpe, treni dimenticati dai binari, milioni di sipari, il verde l’arancione e il rosse insieme, le scie delle comete, la segnaletica imbrattata da street art 2.0.

Due i piedi, scalzi.

Ti ricorderai della spalle, sue, illuminate dai lampioni che riportano a casa. Io delle spalle mi ricordo. Mi hanno detto. Più delle mani quando non tengono e quando troppo stringono, più della giacca di panno color verde manca-la-speranza, più del timbro di voce che assopisce nella testa e del blu sul soffitto sputato nelle notti tiepide d’addii e d’attese. Più dell’incavo al centro del petto, suo, evidente a verificar mancanze primordiali e del neo sul piede mio, invisibile a sottolineare trasparenze piene, pieno il tratto a definirci. Più dei dettagli e dei sospiri, dei cortili a primavera gentili e sani.

Ti ricorderai le spalle. Io delle spalle mi ricordo. Allontanarsi piano e in riservata danza, leggere e voluttuose. Allontanarsi veloci e in concitato segno d’abbandono, forti e coraggiose.

Io delle spalle mi ricordo, mi hanno detto, mettendoci la faccia.

 

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Ho detto niente.

nodo

Al senso d’abbandono ho reagito, legando, trattenendo, trovando il modo e pure il verso, mai quello giusto, mai il giusto tempo dedicato.

Ho detto niente, niente storie.

Cancella le pretese e i giochi di confine tra il tuo dire esasperato e il mio continuo dare.

Ho detto niente, niente scuse. Camminare, lontano andare e tagliare poi le fila, del discorso, del pretesto manifesto di tornare lì a cercare il senso pieno del sentire.

Ho detto niente, niente accuse, non le rose.

Ho detto niente, non cercare.

Ho detto niente, lascia stare le finestre, non rifare le coperte. Butta tutto via che l’essenziale s’è attaccato e ha preso forma lì sul polso. Ago nella carne e non fa male, non più a morire.

Non consumarmi il cuore a furia di pulire il senso delle cose che non dico. Ora non provo, non volevo. Ora non credo. Ho detto niente.

Al senso d’abbandono ho rimediato, educandomi alla logica sopravvalutata dell’ ìmpera! ma solo se dividi. Ho fatto a pezzi tutto e ho corona in mano, ma di spine. Il poco male, infondo, è come il poco bene.

Ho fatto a pezzi tutto, il poco s’è salvato sulla bocca dello stomaco, per quando poi mi perdo e da sola mi consolo. Ho detto niente, niente resta. E quando il caldo m’è scappato dalle mani ho fatto il nodo, ho scelto ancora. Non di testa. Niente resta. Ho detto niente. Tutto resta.