Non scriverò

Non scriverò delle mie ragioni, né delle numerose speranze disattese.
Non dei traffici umorali chiamati a essere serviti in tavola come antipasto.
Non dei difetti, né dei vasi rovesciati per far da cesso alla festa del grottesco.
Non scriverò di vane implorazioni o di promesse altisonanti ricamate orridamente.
Non di abbracci posati sul cuscino come merda sull’asfalto.
Non di rose, che mai ne ricevetti, né di sassi che agli occhi miei parevano più mossi del tuo statico sorriso.
Non scriverò di canzoni mai finite o sprofondate dentro a un divano comodo e innocente, né di libri regalati come oro al passante sconcertato.
Non di pollici girati per riempire un tempo che consuma senza tregua e ti fa il verso.
Non cancellerò nomi dall’agenda come fossero alimenti sull’elenco della spesa, e non saprò chiedere perdono ad altri avendolo già fatto, una volta, inutilmente.
Non cercherò ricordi per saziare malinconie rimaste forti nelle mani e guardando in fondo a quel cassetto saranno solo lettere, preservativi, orologi, qualche anello, un telefono ormai rotto, una penna rimasta a riposare silenziosa, un bottone caduto in mezzo al resto come cristo in mezzo al male.
Non scriverò di quando la mano toccava il collo a ricordare il freddo della sera, l’incertezza di un pensiero che resiste nella testa quasi fosse una preghiera.
Non scriverò delle tue ragioni, né di dediche a matita destinate a cancellarti.
Non dei rigurgiti improvvisi di rancore per le strade porticate o sotto la prima neve dell’estate.
Non scriverò e lo faccio sempre. Scrivendo accelero l’idea furiosa di consumare quel che resta. Tolgo vita e creo ancora: è dipendenza manifesta.

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T’ho saltato.

Il tuo silenzio l’ho saltato, come pozzanghera d’acqua sporca e senza spazio al mio riflesso. T’ho saltato come si salta la corda superati gli anni 20 e fumando forse troppo poco. Questo mi hanno detto. Col fiato corto ma non tanto, col cappotto addosso in pieno inverno e la sciarpa che mi strozza appena.

T’ho saltato, come per raccogliere il limone su dal ramo. Con lo slancio disinvolto che ci mettono i bambini in mezzo ai prati, come i cani quando vedono il padrone, come gli innamorati agli aeroporti o sui binari, come i grilli in piena estate anche quando non hanno un cazzo da dire e si fermano a guardare, come me quando non mi riconosco affatto o forse troppo.

T’ho saltato come salto io quando mi prende la paura di sbagliare e allora vado, mi ci butto a capofitto e faccio punto. Non sbaglio perché cancello il fallimento alla partenza. E non mi fermo e più non tremo e non capisco e non importa mica tanto. Non tentenno e t’ho già saltato e salto ancora. Era la seconda volta? Ho perso il conto e ricomincio.

T’ho saltato, come il pezzo nella playlist che non ascolto e tiro dritto a quello buono, a quello che cercavo, che viene dopo e son contento. Me lo godo.

Il tuo silenzio, gli occhi bassi e incerti, quel mezzo sorriso improvvisato all’occorrenza, la mano sinistra tutta e il tuo anello, pure i tuoi bracciali, l’introversione del carattere in grassetto, l’estroversione del pensiero quando viene all’aria e non si tiene, le sigarette e altre pause di parola, quello che non so e non voglio sapere per legittima difesa, i pantaloni mezzi verdi e lo sguardo mezzo scuro, la consistenza di calendari che io avrei già strappato allo scoccare dell’anno nuovo. Le mie prove di pazienza e il mio improvviso buon umore, una carezza, forse tutte, tutta la mano. La lista, questa, l’ho saltata.

T’ho saltato, credo, come il secondo piano quando poi mi aspetta il terzo e c’ho troppa fretta di arrivare e mettere la chiave nella serratura. E la luce non l’accendo che del buio non mi frega. A piè pari o su un piede solo, che non è piatto. Né forchetta o tazza o cucchiaino. Il mio solco sulle cose già lo vedo, l’ho lasciato.

Aspetta, l’hai capito? T’ho saltato.