Parva est. Apta mihi non credo.

Alle cose che non dico, scheletri innumerevoli per finiti e minuti armadi. Parva est, la casa, la sua porta, la maniglia che non tiro per affacciare occhi su giardini in fiore. Non la primavera, non adatte concessioni al cuore. Apta mihi non credo. Non la terra sanguigna a fare da supporto a piedi stanchi, non il nulla per esteso a finestra spalancata. Non il verde, d’olio non profuma. Non di blu lo spazio accanto, ondoso, in divenire, prepotente contro spiagge vergini o stuprate dal cemento. Apta mihi non credo, non la suola delle scarpe né la rosa mai piantata per mancanza di pollici istruiti. Alle cose che non dico riservo tempo e precisione, i cassetti colmi di riserve, le catalogazioni di memorie inutili come calzini a righe indossati all’ora del tramonto. Parva est, la pretesa di salvezza, la sala col pc la tv le sedie le candele le tovaglie il microonde la paura le tristezze e in fila tutte le domeniche. Non di farina le mani se non sono di mia nonna, non di fiori di campo e stoffa le ore, non di profumo intenso le sere. Non più. Alle cose che non dico innumerevoli armadi, anche se piccoli, anche se poveri. E piccola appare, la maniglia, la porta, la casa, la bellezza del creato e l’anima inquieta. Apta mihi non credo.

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