La cura, sbagliata.

Dalla parte dei tuoi sguardi andare, poi fidarsi appena, indietreggiare. Dalla parte del buon tempo, del “se” frantumato sotto suole pesanti e disgraziate. Dalla parte della cura sussurrata a tradimento, mai da garantire, mai da riscaldare al sole. Sussurrare che (ti proteggeró dalle paure delle ipocondrie dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai). Da terra rialzare il peso dei baci, dalla parte dell’estroversione condurre le mancanze. Tirare via, cacciare fuori, per la grazia degli umori sereni e rilassati sul bel viso e superare (le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare). Dalla parte sfatta del letto racimolare quel che resta, rughe ciglia lacrime malinconie sodalizi frontespizi mandorle e ciliegie. Le attese solo attese. Dalla parte stronza del domani trascinare (il silenzio e la pazienza), dall’altro lato del confine dipingere settembri ancora nuovi. E cantare le canzoni per quando, povero, (tesserò i tuoi capelli come trame di un canto), tesserò forti anelli e (te ne farò dono). Dalla parte tua, e non saprò salvarti. Dopotutto, vive le ossessioni, vive le manie. Dopo aver tentato la cura, dopo avere ed essere, dopo mongolfiere e fil di lana, dopo tutto. Dalla parte del tentativo smisurato di provare, indietreggiare.

Parva est. Apta mihi non credo.

Alle cose che non dico, scheletri innumerevoli per finiti e minuti armadi. Parva est, la casa, la sua porta, la maniglia che non tiro per affacciare occhi su giardini in fiore. Non la primavera, non adatte concessioni al cuore. Apta mihi non credo. Non la terra sanguigna a fare da supporto a piedi stanchi, non il nulla per esteso a finestra spalancata. Non il verde, d’olio non profuma. Non di blu lo spazio accanto, ondoso, in divenire, prepotente contro spiagge vergini o stuprate dal cemento. Apta mihi non credo, non la suola delle scarpe né la rosa mai piantata per mancanza di pollici istruiti. Alle cose che non dico riservo tempo e precisione, i cassetti colmi di riserve, le catalogazioni di memorie inutili come calzini a righe indossati all’ora del tramonto. Parva est, la pretesa di salvezza, la sala col pc la tv le sedie le candele le tovaglie il microonde la paura le tristezze e in fila tutte le domeniche. Non di farina le mani se non sono di mia nonna, non di fiori di campo e stoffa le ore, non di profumo intenso le sere. Non più. Alle cose che non dico innumerevoli armadi, anche se piccoli, anche se poveri. E piccola appare, la maniglia, la porta, la casa, la bellezza del creato e l’anima inquieta. Apta mihi non credo.

colloquio di lavoro

Deficiente

Non ci chiederanno niente. Non se siamo felici o intorpiditi o spaventati. Non se il caffè ingurgitato brucia nei petti o se l’amaro ha trovato rimedio nel dolce. Non ci chiederanno dove andiamo, non della la fatica della corsa, non del peso delle scarpe di tela indossate con disinvoltura. Non dei nostri padri. Non dei passi, quando non sono le scarpe, quando non sono tendenza. Non del post su faccia libro, non della citazione accuratamente riportata cum variatio, non della libertà che non proviamo ad essere social, socialmente instabili. Non della musica né dei libri, non del bicchiere mezzo pieno o tutto vuoto. Vuoto che sembra di affogare. Non ci chiederanno della mano che s’agita di fronte al quiz, non del perché quel quiz, non della matita usata al posto della penna. Non delle insicurezze né delle velate forze, forzature. Non del primo bacio, dell’ultima storia andata male, del cane, dell’amico d’infanzia, del nome che porti, dei film che ti hanno consumato, del prato verde, del verde, della lavatrice rotta, del flusso di coscienza quando é sera, delle cose non dici, delle cose in cui non credi, dello schiaffo di tua padre. Di tua madre. Non ci chiederanno da che parte amiamo sedere attorno a un tavolo rotondo né se andiamo in discoteca né se diciamo ave marie seduti sugli scogli o in mezzo al mare. Non ci chiederanno se il tempo lo baciamo o se ci pesa sul costato, non del gelato al pistacchio, del culo quadrato, dei vocabolari, degli spritz, dei pestati, delle caramelle, degli abbracci lunghi e resistenti agli urti. Ma non sempre. Non ci chiederanno niente.
“Mi dica un pregio e un difetto”
“Te ne dico due che valgono uno solo: deficiente”.