Esistere sui cubi. (Come ringraziare)

Provare a smettere, rinunciare. Togliere gli anelli dalle dita, sul tavolo posare insane costrizioni. Prendere tempo, tentare la pazienza. Lasciar fare gli occhi, trattenersi dal gridare. Pensare che rimane, macchia di birra sulla fronte, pensare che rimane, il sole, il centro, il nido ricreato, te stesso ancora in gioco, ristorato. Rinunciare alle attese, alle pretese, a fare punto sulle cose. Parole nuove, nuove lingue ad abbracciarsi, gli occhi scuri e il tuo blu, il suo verde traballante, il bianco che poi perdo quando cerco di fermarlo, le frasi senza verbi, le mani a costruire. I gesti a incantare questo mare. Parentesi estive a scardinare il quotidiano. Fermati che ti immortalo, che mi vedo, nei passi tuoi, su questo asfalto caldo. Fermati che in te mi sono ritrovato, piccolo e sincero, forse sano. Movimento in piazza, esistere sui cubi. In molti essere pochi, concentrarsi nell’insieme. Insieme divenire. Dare quel che hai anche se è poco, pensarlo grande ed essenziale. Poi un punto sembra tagliare corto, dire basta. Ma non mi frega, il tempo io lo vedo e lo stomaco sorride. Sazia la mia pancia del tuo passaggio inaspettato.

Non regge un cazzo.

Intorpiditi gli occhi, quasi tostati, come fette di pane. Le giornate così vuote fino a traboccare, ricolme, delle inconsistenze umane, tutte mie, tutte reali queste mancanze. Scrostati i muri dalle poesie in emancipazione dal reale, buttati a terra i giorni, i sentimentalismi inutili, le pretese incastrate come i lego, a caro prezzo. Intorpiditi gli occhi, per aver atteso acqua a rinfrescare terreni aridi, secche guance. L’asfalto poi si scioglie e cola il trucco, con la torre di Pisa, quella degli asinelli, quella Eiffel, quelle gemelle, quelle di cartone, non portanti, quelle disgraziate, pure quelle disegnate. Non regge un cazzo, d’estate. Non i lampioni ai bordi delle strade, non i portici se manca la pioggia, non le insegne con le scritte bianche, non i lampadari se fuori è troppa luce. Non reggono i balconi senza gente, non il palloncino gonfiato con stupida fatica, non il posacenere sul tavolino di legno ardente. Non regge il controllo nelle menti esasperate, non il fiore tra le mani, non la fiamma della candela né la candela. Non regge il gioco o regge poco. Non tiene il mascara sugli occhi belli o sempre intorpiditi, né la cioccolata fuori dal refrigeratore; non il dentifricio né il consiglio ben dosato, non il mare dentro il mare, o il sugo sulla pasta. Il ciuffo sulla fronte, gli occhiali sul naso martoriato, il piede nella scarpa, le lenzuola sul corpo ribollente, il caffè nella tazzina. Il pigiama, la maglietta, il vaffanculo nella bocca, la collana al collo, il pollo nella padella. Non regge un cazzo, d’estate come, poi, d’inverno. Intorpiditi gli occhi, quasi tostati, come il pane. Senza fette di salame.