Sospetti vuoti.

Sospetti vuoti dello stomaco, senza farfalle né bocconi pieni. Dopo la notte dei sogni tristi, degli abbracci divorati, della sua camicia bianca e il mio vestito a fiori. Dopo il giorno del frastuono, del confuso divenire, del tentare l’apertura di un sistema che puzza di futuro. Dopo l’abbuffata a pranzo e dopo aver cantato tutto il vino, spogliato il fondo dell’ennesimo caffè. La mia tazza mi deprime, quel che resta mi consuma. Volti inquieti tra le scarpe del mercato, tra le borse, tra i bambini, i fiori, i pani e le collane, le creme troppo untuose, le parole, le voci sconosciute e prostitute, le valigie, i treni e i vaffanculo rimandati. Il suo pensiero. Il pensiero che mangia i giorni grigi e grigio sputa, forse nero. Forse temo. Cercare poi la fuga disperata dal labirinto che sorride mentre al centro ti conduce. Tagliare via le nuvole e spazzare bene il cielo, ricomporre un nuovo dio, che sei stanco di morire. Sospetti vuoti sotto i piedi, senza cemento né libri a sollevare. Nessuna serratura, niente da spiare. Dopo gli slanci del venerdì spietato, fermare il tempo e farci pace o non farci niente. Tirare giù il calendario e anticipare poi la notte, strappargli dagli occhi il nero e ripartire.

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