A più mani.

A più mani, ce ne stavamo seduti lì, a tenerci, un poco fermi e un poco per niente. A guardare un soffitto sfatto dal tempo e dalle umidità del vecchio, dall’acqua fuggita da tubature rotte, un poco fragili e un poco no. A più mani, ci guardavamo, sognanti parlanti assenti un pò confusi un pò presenti spiacenti gaudenti intermittenti, nel sentire, nel capire, nel trovare. Un poco. Volevamo trovarlo questo poco e tenerlo, a più mani. Come reti già gettate, come ponti già pensati e templi già sfogliati. E poi come le rose e gli addii di primavera, come il giallo insieme al verde o il tuo verde col mio blu. Come spighe di grano per un bouquet di giorni tutti uguali e un poco no. A più mani per quel senso dell’appartenenza all’altro, a lui che ti rubi mentre passi in bus, sotto le torri, sotto casa, sotto sopra, sottotono. Troppo sotto e un poco no. A più mani, fare strade e invenzioni, ancora respirare e parlare, scrivere un poco e un poco ancora, un poco per sempre quando il sempre è già finito. Ma ancora tenere e mantene, credere. A mani aperte, le parentesi accoglienti. Che cinque dita non son mai bastate e dieci neanche, non si può. Prego, dunque, stringi qui. 

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