Sospetti vuoti.

Sospetti vuoti dello stomaco, senza farfalle né bocconi pieni. Dopo la notte dei sogni tristi, degli abbracci divorati, della sua camicia bianca e il mio vestito a fiori. Dopo il giorno del frastuono, del confuso divenire, del tentare l’apertura di un sistema che puzza di futuro. Dopo l’abbuffata a pranzo e dopo aver cantato tutto il vino, spogliato il fondo dell’ennesimo caffè. La mia tazza mi deprime, quel che resta mi consuma. Volti inquieti tra le scarpe del mercato, tra le borse, tra i bambini, i fiori, i pani e le collane, le creme troppo untuose, le parole, le voci sconosciute e prostitute, le valigie, i treni e i vaffanculo rimandati. Il suo pensiero. Il pensiero che mangia i giorni grigi e grigio sputa, forse nero. Forse temo. Cercare poi la fuga disperata dal labirinto che sorride mentre al centro ti conduce. Tagliare via le nuvole e spazzare bene il cielo, ricomporre un nuovo dio, che sei stanco di morire. Sospetti vuoti sotto i piedi, senza cemento né libri a sollevare. Nessuna serratura, niente da spiare. Dopo gli slanci del venerdì spietato, fermare il tempo e farci pace o non farci niente. Tirare giù il calendario e anticipare poi la notte, strappargli dagli occhi il nero e ripartire.

(S)conosciuti

Dire, dirsi. Sconosciuti a raccontarsi, raccontare, del libro appena letto, di quello che significa il suo nome, dei dettagli sul suo tempo. Tempo perso o tempo nuovo. Con un rosso di barbera, fare a modo, a modo stare, sviscerare. Cercare, cercarsi via di fuga. Non troppo basse quelle degli occhi più vicini. Incredibilmente forte. O forse no, solo cercare. La lacerazione della carne che mantiene teso un pò il respiro, eppure ancora dire, dirsi, provare che la barca in mare un pò cammina e se cammina ancora cambia, la stagione, il movimento, il pensiero alterato e controcorrente. Poi la musica, la voce, le pagine, il racconto, poi il silenzio, il vino, il venditore ambulante di bracciali che scelgono polsi su cui stare, il blu. Solo il blu. Il rosso che rifiuta. Il tempo, poi il silenzio e un bagno da vedere prima del saluto. E dire niente,niente dirsi. Starci il giusto male per i passaggi non voluti, per i tre secondi non riusciti, per il mancato tocco di eleganza, per i sistemi vuoti che si vogliono riempire. Poi tra prendere e lasciare, dormire. Dormire. 

A più mani.

A più mani, ce ne stavamo seduti lì, a tenerci, un poco fermi e un poco per niente. A guardare un soffitto sfatto dal tempo e dalle umidità del vecchio, dall’acqua fuggita da tubature rotte, un poco fragili e un poco no. A più mani, ci guardavamo, sognanti parlanti assenti un pò confusi un pò presenti spiacenti gaudenti intermittenti, nel sentire, nel capire, nel trovare. Un poco. Volevamo trovarlo questo poco e tenerlo, a più mani. Come reti già gettate, come ponti già pensati e templi già sfogliati. E poi come le rose e gli addii di primavera, come il giallo insieme al verde o il tuo verde col mio blu. Come spighe di grano per un bouquet di giorni tutti uguali e un poco no. A più mani per quel senso dell’appartenenza all’altro, a lui che ti rubi mentre passi in bus, sotto le torri, sotto casa, sotto sopra, sottotono. Troppo sotto e un poco no. A più mani, fare strade e invenzioni, ancora respirare e parlare, scrivere un poco e un poco ancora, un poco per sempre quando il sempre è già finito. Ma ancora tenere e mantene, credere. A mani aperte, le parentesi accoglienti. Che cinque dita non son mai bastate e dieci neanche, non si può. Prego, dunque, stringi qui.