Ritratti, perduti.

Perduti, in un crimine quotidiano. Che questo starti lontano mi rende prigioniero e vinto e morente, perduto. Il treno, passato quando non eravamo pronti, non ancora. Ad annusare l’aria di una casa, nuova, ikea, eco sostenibile, eco amabile, accogliente. Ci siam perduti, per pochi passi da fare ancora. Per la stanchezza che divora i giorni, miei e tuoi, io e te lontani, sullo stesso divano, ogni sera o il fine settimana. Per le sveglie nei giorni tristi, per un “no” di troppo e un “si” mai arrivato, per la cena fredda e il freddo a primavera. Perduti, in un crimine banale. Che questo saperti mio, di un tempo lontano, mi rattrista. Ma non troppo. Qualcosa sopravvive ma respira a stento. Infondo è passato. Infondo lo sapevano anche i muri, che ogni cosa è bene quando finisce. Se finisce. E te lo racconto domani della fortuna, della pancia piena di farfalle per infiniti anni, dei sodalizi silenziosi di gioventù diventati adulti in giacca e cravatta. Te lo ricorderò domani dei giorni, quelli del riconoscimento e dell’appartenenza, del domani che arriverà per volerci bene. Eppure perduti, noi, come nomi sulla rubrica di un telefono. Confusi e disumani. Rabbiosi e poi annegati, nelle speranze e nelle pretese disattese, in questi giorni bastardi. Perduti, criminali. Per esserci, solo, troppo amati. 

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