E tu che guardi.

Da fuori l’aria buona e la voce di un bambino che fatica a pedalare. E tu che guardi, tu sospiri inquieto la sua mossa che fatica poi a venire. Di questa primavera aspetti già le spose. Le strade piene, le piazze lì coperte da bottiglie rimaste troppo tempo in piedi. Un calcio a questo inverno, degli anni sempre bui e incrostati di dolore. La piazza quella vuota, del silenzio rinomato, ricoperto d’oro. Un calcio e il bambino non pedala. Lo dicevi, tu, che si fatica a diventare grandi. A pedalare. E quel sospiro dei grandi con la bocca grande e grandi mani e grandi piedi e grandi chiavi grandi bugie e grandi armadi per tanta merda. Lo dicevi, tu, che è una prova cominciare e un piacere raro poi finire bene. Finire con piacere la pasta lì nel piatto senza la paura del reflusso che ti strozza. Acidità perenne, questo boccone solitario. Ma da fuori veniva l’aria buona, con quel bambino da educare e tu guardavi, tu ci pensi ancora. A quanto il sacrificio diventa poi parola bella. Esperienza. Al primo giro di pedali è già domani e tu sospiri ancora. E quel bambino, piano, del tuo sospiro continua a pedale.

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