Ritratti, perduti.

Perduti, in un crimine quotidiano. Che questo starti lontano mi rende prigioniero e vinto e morente, perduto. Il treno, passato quando non eravamo pronti, non ancora. Ad annusare l’aria di una casa, nuova, ikea, eco sostenibile, eco amabile, accogliente. Ci siam perduti, per pochi passi da fare ancora. Per la stanchezza che divora i giorni, miei e tuoi, io e te lontani, sullo stesso divano, ogni sera o il fine settimana. Per le sveglie nei giorni tristi, per un “no” di troppo e un “si” mai arrivato, per la cena fredda e il freddo a primavera. Perduti, in un crimine banale. Che questo saperti mio, di un tempo lontano, mi rattrista. Ma non troppo. Qualcosa sopravvive ma respira a stento. Infondo è passato. Infondo lo sapevano anche i muri, che ogni cosa è bene quando finisce. Se finisce. E te lo racconto domani della fortuna, della pancia piena di farfalle per infiniti anni, dei sodalizi silenziosi di gioventù diventati adulti in giacca e cravatta. Te lo ricorderò domani dei giorni, quelli del riconoscimento e dell’appartenenza, del domani che arriverà per volerci bene. Eppure perduti, noi, come nomi sulla rubrica di un telefono. Confusi e disumani. Rabbiosi e poi annegati, nelle speranze e nelle pretese disattese, in questi giorni bastardi. Perduti, criminali. Per esserci, solo, troppo amati. 

E tu che guardi.

Da fuori l’aria buona e la voce di un bambino che fatica a pedalare. E tu che guardi, tu sospiri inquieto la sua mossa che fatica poi a venire. Di questa primavera aspetti già le spose. Le strade piene, le piazze lì coperte da bottiglie rimaste troppo tempo in piedi. Un calcio a questo inverno, degli anni sempre bui e incrostati di dolore. La piazza quella vuota, del silenzio rinomato, ricoperto d’oro. Un calcio e il bambino non pedala. Lo dicevi, tu, che si fatica a diventare grandi. A pedalare. E quel sospiro dei grandi con la bocca grande e grandi mani e grandi piedi e grandi chiavi grandi bugie e grandi armadi per tanta merda. Lo dicevi, tu, che è una prova cominciare e un piacere raro poi finire bene. Finire con piacere la pasta lì nel piatto senza la paura del reflusso che ti strozza. Acidità perenne, questo boccone solitario. Ma da fuori veniva l’aria buona, con quel bambino da educare e tu guardavi, tu ci pensi ancora. A quanto il sacrificio diventa poi parola bella. Esperienza. Al primo giro di pedali è già domani e tu sospiri ancora. E quel bambino, piano, del tuo sospiro continua a pedale.