La tua (di un tempo) Valentina.

C’eravamo abbastanza amati, il 14 di un giorno, sotto una maglietta slavata. Con il sole sulla testa a fare tetto, quasi casa, con te sul mio stomaco a fare guerra, quasi vinta. Dietro finestre gli occhi, davanti agli occhi i tuoi capelli e nelle tasche il tempo ad aspettare, generoso, il nostro fallimento. Ma c’eravamo abbastanza amati, un giorno senza data né permessi agevolati per stringerci le mani il giorno dopo. Il sole sempre sulla testa, le mie caramelle, l’umidità dell’erba e parole ingenue con la forza delle spine. Poi le attese e pellicole riservate alla bellezza anche banale. Per non cancellarti, per non cancellarmi. Che riservarci era essenziale, mantenere il profilo buono e i tuoi colori, i miei sbadigli e il verde intenso che bagnava il mare. Catalogare la carta e i suoi colori, le partenze, le parole, le promesse e il pan grattato, il giorno giusto, i passi lunghi fino al fiore più vicino. In ordine saperci, negli alfabeti del sentimentalismo imbarazzato. L’uso straripante del diminutivo. Tutto piccolo e perfetto, tutto troppo o troppo poco. Perché c’eravamo abbastanza amati,in un’ora ultima del giorno, su uno scalino, lì per strada, nei romanzi più famosi, alle solite fermate dei bus, sotto i lampioni a luce stanca, in tintoria, mentre in aereo ci lasciavamo, dentro gli stivali mentre fuori la neve, sotto il tuo cappotto grigio. E le mani erano vuote, le chiese con i santi chiuse, i fiorai in vacanza organizzata e noi felici, comunque e abbastanza, si direbbe. Il cane abbaiava. Tutto bastava.
Ieri.
Pausa.
Oggi, non t’amo più.

Piacere, Intemperanza.

Intemperanti, le parole come le cose. Come gli occhi ostacolati dalle bende. Fare spazio, prego. Lasciare andare, grazie. Uscire fuori, traboccamenti spirituali, linguistici, esuberanze della lingua. Gli eccessi della mente imprigionata dai dettami sociali. Manicomi le pretese, carceri le attese. Intemperanza il fiore sul cuscino, l’amore dai generi liberato, glorificato. Eccedenze le mattine delle rivoluzioni giovanili. Il fluire denso delle provocazioni della vita bastarda. Mi chiamo dolore e sono intemperante. Le porte aperte sulle maree, tempeste le onde, insaziabili i fondali. Le mani contadine, intemperanti, vogliose di calli e fatica e buoni frutti. La danza del fallimento la sera a colazione, la notte a pranzo, per le giornate eccedenti nelle ore. Utili alla fine. Senza freni la mia bici, il mio silenzio, la mia colpa nel caffè. Senza freni le rotazioni della terra sull’asse da stiro. Le parole come le cose come il si e il no. Lascia fare, lascia dire, sbattiti la testa contro muro ma apri solo il muro. Gli eccessi hanno da passare. Archi per persone intemperanti, per sogni in eccesso smisurato. Le mani si aprono per dirigere orchestre siderali, come te, come me. Che non siamo e siamo tutto. Intemperanti e peccatori. Per aver speso troppo e troppo poco, di sostanza, di pazienza, di suono acuto, di promesse, di treni e giochi, di profumo. Togli il troppo, torna indietro, rimpicciolisci, trova il modo e la misura, torna in te. Ma che ti frega, lascia fare, lascia dire, lascia stare. Mi chiamo vita, per gli amici Intemperanza, e ho da dire. 

O me, oh vita! …

O me, oh vita!
Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita !

Risposta

Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.
Walt Whitman