Lasci scia.

Lasci scia, impercettibile presenza di profumo, luce bagnata, contrasti, il profilo buono, tratto di matita, il tocco fuggevole delle dita, la parola, ogni carezza. Lasci scia, presenza devastante. Il piede destro nella scarpa destra ben piantato, ma lacci lenti, per pietre capitate e spinte via. La nuca per la posa della mano, morbida scultura. La nuca e il tempo, quello di guardarti. Il grano lì nel volto, il mare sul fondo dei bottoni, con al centro il naso. E candore lì a stupirmi, a sfumare il tratto netto del viso impenitente, come il mondo lì nel petto devastato e lo spirito caparbio del bambino capriccioso. Del nero che ti posa sulle spalle, del silenzio della natura a contemplare, del giorno mio iniziato, della fine già finita troppo presto, del colore che mi manca e che non trovo, per aver cambiato spazio e capelli, stivali ed anni da montare sulla mia precaria identità. Per averti dato altrove, a spacciare meraviglia agli occhi epidermici del mondo ciarlatano. E lasci scia, impercettibile presenza di infinito batter d’ali, mentre arrancano il sonno e il successo e gli oroscopi internazionali. Nei giardini non son rose, nei cieli non la luna né le stelle, nello stomaco non fermano farfalle ma crampi di follia e mancanze. Lasci scia quando manchi di reale, figura figurata, di cassetti poi riaperti all’improvviso, di sogni di altri sogni in cui compari. Figura sperata e inesistente, costruita, capace di lasciarsi scia. 

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