Di quando smise di aspettare e fu felice.

Di quando smise di aspettare e fu felice.
Tessendo tele macchinose e ingegnando la mano a sfilare il già compiuto, prese piede il pensiero di abbandonare l’arte del cucito. Un giorno ad aspettar il gesto buono dell’orgoglione di passaggio, l’altro a giustificare il ritardo mai gradito del brutto addormentato nel chiosco, il sabato comune a perdonare la mancanza della mano e del vissuto, l’ultimo del mese a racimolare monetine quando s’incendia il conto prima del riempimento immeritato. Un giorno ad aspettare la cura emozionale dal confidente ciarlatano dal paese istruito, l’altro a restar fermo in atto di preghiera a scongiurare di tarpare il male quotidiano. E poi la fila per il cotto che è di Parma e io che sono un pò leccese assai ci tengo, e “se mi aspetti sono pronta e ti accompagno”, e “se hai pazienza, vedrai, sarò migliore”, e “ma aspetta, è presto per andare!”, e “domani, poi, c’è tempo”, e “lascia lì sul fuoco, è presto per cenare”. Tessendo tele macchinose prese piede il pensiero di fare e di disfare per concedere passaggio all’altro meritevole d’amore e comprensione. Tessendo tele macchinose crebbe l’illusione della costruzione sempre nuova e stimolante. Crebbe, poi, la speranza ciondolante sul bracciale di Pandora, e la bugia che il tempo ripensato ti migliora. Crebbe il grado di pazienza da investire, appena uscito dalla porta. E crebbe il giorno, il mese, l’anno fino a diventare storto. Crebbero le voci di contorno alle tele macchinose, poi, il dolore alle mani e agli occhi, e al centro dello stomaco affamato di vita rimandata. Crebbe il disappunto, il prezzo del filo per la tela, crebbero gli alberi di casa e la stupidità dell’uomo che sempre s’accontenta e le parole nelle bocche inopportune come il corpo che le contiene brontolando. Crebbero bufere nelle vene. Fu così che, in un’inutile domenica mattina, la sarta diligente smise di tessere la tela giá scucita e abbandonato l’ago sul tavolo di legno, senza vesti addosso, uscì dal regno. E fu felice.

-Tale argomento…

-Tale argomento è meritorio di letteratura, tal altro non è meritorio-. Attenzione, questi grammatici sono pericolosi: stabilendo arbitrariamente delle gerarchie enunciano un principio di censura. E invece la letteratura è larga come la vita, e non chiede nessuna carta di credito. Perchè, come ha detto un grande poeta, tutto vale la pena se l’anima non è piccina. E a questo serve la parola: a dire che l’anima non è piccina. (A.T.)

Lasci scia.

Lasci scia, impercettibile presenza di profumo, luce bagnata, contrasti, il profilo buono, tratto di matita, il tocco fuggevole delle dita, la parola, ogni carezza. Lasci scia, presenza devastante. Il piede destro nella scarpa destra ben piantato, ma lacci lenti, per pietre capitate e spinte via. La nuca per la posa della mano, morbida scultura. La nuca e il tempo, quello di guardarti. Il grano lì nel volto, il mare sul fondo dei bottoni, con al centro il naso. E candore lì a stupirmi, a sfumare il tratto netto del viso impenitente, come il mondo lì nel petto devastato e lo spirito caparbio del bambino capriccioso. Del nero che ti posa sulle spalle, del silenzio della natura a contemplare, del giorno mio iniziato, della fine già finita troppo presto, del colore che mi manca e che non trovo, per aver cambiato spazio e capelli, stivali ed anni da montare sulla mia precaria identità. Per averti dato altrove, a spacciare meraviglia agli occhi epidermici del mondo ciarlatano. E lasci scia, impercettibile presenza di infinito batter d’ali, mentre arrancano il sonno e il successo e gli oroscopi internazionali. Nei giardini non son rose, nei cieli non la luna né le stelle, nello stomaco non fermano farfalle ma crampi di follia e mancanze. Lasci scia quando manchi di reale, figura figurata, di cassetti poi riaperti all’improvviso, di sogni di altri sogni in cui compari. Figura sperata e inesistente, costruita, capace di lasciarsi scia.