Per passare parole.

Così per passarci le parole, avevamo lasciato finestre aperte, asciugamani fuori ad asciugare. Avevamo pattume da buttare e un cane da portare fuori, per passarci il tempo e gli occhi, per dirci del mondo, di quello che infondo non sapevamo. Così per accordarci sull’uso della E, e rovesciare per strada sguardi imbarazzati, biglietti dei tram nei cestini. Per dimenticare tasche vuote e confini, di rabbia e legno d’acero. Così per bere rosso fermo e pretendere che anche tutto il resto stesse immobile, che ancora le strade volavano e le capre suonavano il violino, che le mani ancora erano tulipani e il nulla pieno. Così per salvarci, avevamo, poi, chiuso le finestre e tirato dentro i panni. Più niente da buttare nè occhi da lasciar guardare. Così per non trovare accordi, nè giorni di riposo nelle trincee domenicali. Per lasciare piene, ancora per poco, le tasche di confetti e tulipani, le scarpe di violini, le strade di lampioni difettosi, i cassonetti di bottiglie senza vino, nè rosso nè fermo. Così per dirci di non volere niente e poi guardare il frigo e dentro il frigo l’insalata e il verme. La poltrona che confonde e poi. Poi tornare ad aprire la finestra. Così per passare le parole, a un estraneo.

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One comment

  1. thesorrow29 · dicembre 13, 2014

    Così, tanto per vivere e non sopravvivere. Basta una parola sana e non infinite parole vuote.
    Buon sabato, Anita
    Rodrigo

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