Devo molto. Wislawa Szymborska .

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

 

 

«Non devo loro nulla» –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

 

Per passare parole.

Così per passarci le parole, avevamo lasciato finestre aperte, asciugamani fuori ad asciugare. Avevamo pattume da buttare e un cane da portare fuori, per passarci il tempo e gli occhi, per dirci del mondo, di quello che infondo non sapevamo. Così per accordarci sull’uso della E, e rovesciare per strada sguardi imbarazzati, biglietti dei tram nei cestini. Per dimenticare tasche vuote e confini, di rabbia e legno d’acero. Così per bere rosso fermo e pretendere che anche tutto il resto stesse immobile, che ancora le strade volavano e le capre suonavano il violino, che le mani ancora erano tulipani e il nulla pieno. Così per salvarci, avevamo, poi, chiuso le finestre e tirato dentro i panni. Più niente da buttare nè occhi da lasciar guardare. Così per non trovare accordi, nè giorni di riposo nelle trincee domenicali. Per lasciare piene, ancora per poco, le tasche di confetti e tulipani, le scarpe di violini, le strade di lampioni difettosi, i cassonetti di bottiglie senza vino, nè rosso nè fermo. Così per dirci di non volere niente e poi guardare il frigo e dentro il frigo l’insalata e il verme. La poltrona che confonde e poi. Poi tornare ad aprire la finestra. Così per passare le parole, a un estraneo.

A bocca piena.

A bocca piena. A ingurgitare hamburger di manzo ben compatto maionese sottaceti tuberi finemente tagliati le insalate troppo verdi quasi rosse. A bocca piena, per le zucchine alla julienne. Alla fabrienne trinciare il mio cuore, opportunamente insaporire. Alla prova, del cuoco, a bocca piena. Per il boss, delle torte, dei tortellini con la zucca, riempimento del palato, del costato, dello stomaco dolente. La salsa cocktail, denocciolando il senso, dorando quello che non siamo. A fuoco lento, cuociamo gli sbagli. A bocca piena. A mordere il pollo tra i denti, che mi sento faraona, cacciatora, al cartoccio, sottosale. E non mi sento affatto. Come acqua quando bolle, ribolle e si consuma. Ben cotto, ben servito. Col salame lì sugli occhi. Mi divora il peso, del ripieno. Ti scongeli, ti contieni, sulla brace. Mio consumo inesistente. E poi mi spalmo e perdo gusto e consistenza. E appetito. A bocca vuota. La saliva. Immagine