Il Prometeo pentito.

Prometeo ci scommise, per noi, umanità creduta perfetta. Non meno degli dei. Noi, niente in meno. A scintillar di fuoco, a credere nel dopo, a costruire templi, quando domani sarà nostro, nostro miglior futuro. Prometeo ci scommise. A passare la speranza della forza, a rendere capace e grande ogni bambino. Divino ogni uomo, divino. E contro il padre ci scommise. Zeus furioso. Osare costa caro e giù di catene e ad abbracciare nel travaglio una montagna, mentre aquila feroce divorava il fegato instancabile a ricrescere. Ma niente tolse convinzione. Prometeo per l’umano. Per l’umano difettoso. E li vide, in Colombia, mangiare i figli allevati, in India bruciare le vedove, a Londra tre morti in un letto solo, il padre a mettere fine a sè e ai figli. Tedio di vita, diceva Leopardi. Prometeo ci scommise per poi vederci ladri, farabutti, ingannatori, egoisti ma umani di erba forse ancora verde. E il fuoco e i cannocchiali e poi i piedi sulla luna e il vaccino e il miele dentro al latte e le stazioni e la Letteratura e il bianco con il nero e il giallo e il blu. E i tentativi, dopo gli errori. Di crisi in crisi, di vergogna in doverosa risalita. E Prometeo ci scommise e incatenato, per l’essere imperfetto dalle divine pretese, e divorato. Prometeo liberato. Ora. Prometeo anche pentito?

Piove a collimare.

Piove a collimare.
(‘,;|\,'”;:|’ // e mi si riga il viso.
Chiusi in una stanza, il rifugio improvvisato,
di noi che fuori stiamo meglio
< Lontani. >
Vengono giù gli ultimi pensieri
poi le strade,
gli addii sotto gli ombrelli.
[Perduti]
Ci siamo confiscati anche il cuore.
Piove a battezzare
te, dal mare risucchiato.
Piove a far vendetta di rumore
E _
ancora la lezione e il bus ricolmo.
/Piove e non ci siamo/
Vomitiamo le parole che il domani già ti scompare,
tirato giù dal cielo,
in una piazza nuova, precario consumato.
( ) Gli spazi miei.
Piove a rinverdire.
Qualcuno aspetta il sole.

(…) addio l’a…

(…) addio l’amore, allora, e tutte le cose
che amore morsica, e ingozza, e inghiottisce,
e mastica, e insaliva, e deglutisce:
così le spine addio, come le rose:
addio le foto, e le mammelle, e i letti,
e i kamasutra, e i parti, e i fazzoletti:
addio lì i monti, che dalle acque sorgono,
e addio lì le acque, che dai monti sgorgano:

ma alla rovescia rovesciato è il mondo,
e questa è cosa più su dichiarata:
siccome che mi arrivo al scioglimento,
rovescio stesso questo testamento:
siccome che qui parlo per parlare,
dico per dire, canto per cantare,
testare io testo, non per ingannare:
qui ci sto per avere, non per dare:

non dico avere pena, compassione,
pietà, cordoglio, commiserazione,
misericordia con compatimento,
con condoglianza, con rincrescimento:
non dico avere tormento, corruccio,
tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio:
ma goduria e tripudio, in buona fede,
perché solo chi muore si rivede: (…)

E. Sanguineti, da Novissimum Testamentum (ottobre-novembre 1982).

Bastano i versi, a volte. In questo caso non bastano. Andate a cercare e troverete.

LAMPIdusa.

Si tratta delle attese. Di quando sullo scoglio la mia mano è tesa, come parentesi verso la tua. Le tue parole, i tuoi occhi bagnati. Di quando il mare gonfia e di tempesta in tempesta decreta la fine. Si tratta delle attese. Di quando gli occhi cercano lontano e le tue braccia arrancano, stancano il costato e i piedi piangono. Di quando i pesci vorrebbero parlare e urlare aiuto, che la tua voce manca, tu straniero, tu diverso, tu insano, tu mio, mio uomo. Mio, fratello, radice, stomaco disfatto, cancro di un barcone, dal barcone rigettato. Mio tormento, mia tempesta, mia attesa disperata di salvezza. Si tratta delle attese. Di quando vorrei ma non posso, non ti vedo, ti lascio annegare. Di quando le coste cedono e canta il Mare. E mi inventerei braccioli, canoe, ponti, salva-genti. Mi inventerei l’Europa.
Si tratta della guerra che nel petto ci consuma, della fame il lunedì mattina, per tutti i giorni ancora. Si tratta dei tuoi figli con gli occhi tutti miei. Dei loro corpi lasciati ad asciugar la riva. Delle bestemmie soffocate nella gola. Del futuro, dell’accoglienza sacra ma incapace e sola. Delle tue scarpe piene d’acqua. Delle mie suole nuove, di quel che non posso e non faccio e non ti do. Del potere che sospira, dell’uomo troppo umano e dei tg in collegamento. Collego la mia vista, la mia parte che ho perduto. In questo mare troppo pieno, in questi giorni di dolore. Si tratta delle attese. Di quando qui ti attendevo vivo. Di quando mi attendevo. E ora più non credo.

FORNOFILI E IN(FELICI)

Abbiamo terra sotto i piedi e la calpestiamo. In eventualità e in casi di voluta emergenza la togliamo. Abbiamo le parole e ce ne facciamo una ragione,buona. Vignettiamo, mangiamo, discutiamo, ci riuniamo e pensiamo nella studio di uno psichiatra, ma solo per esigenze di spazio, solo per generosa concessione. Folleggiamo davanti al calcio balilla, sfidiamo a viso aperto la pioggia, spritzettiamo con fantasia. Siamo “pesanti” come tomi di letteratura ma ci riduciamo in fogli A3 da mettere nelle tasche. Facciamo, vogliamo, andiamo e torniamo, litighiamo, ci occupiamo e disoccupiamo con disinvoltura. Chi fuma la pipa, chi usa orecchini pesanti, chi ombrelli a pois. Qualcuno dipinge sui muri, qualcun altro ha capelli di un biondo evidente. Siamo diversamente uguali. Di-versi-filiamo-meglio. Produciamo, osserviamo, agendiamo con cura. Siamo pochi e ci sentiamo in troppi. Troppi pretendiamo di essere. Cerchiamo il nuovo: l’Altro e lo stesso.

Caffè: fa Fornofilo

Libri: fa Fornofilo

Scrittura sperimentale: fa Fornofilo.

Arte, cinema, inchiostro, tasche piene: fa Fornofilo.

Fantafilia: fa Fornofilo.

Fare, non solo dire: fa Fornofilo.

Incontri: fa Fornofilo.

Il tentativo: fa Fornofilo.

Anticoncezionale: Fa Fornofilo.

Anticoncettuale: fa Fornofilo.

Eccetera: fa Fornofilo.

Dell’incompiutezza.

Dell’incompiutezza.
Chiamasi necessità quella dell’incompiutezza.
Se mai iniziassi qualcosa, preferirei il senso dell’inizio.
La mia migliore amica mangia il panino fino a un certo punto.
Eppure uso spesso i punti. Questo te lo insegna il Mare.
Cielo con nuvole, il grigio sfumato di Londra, che fa punk.
Ma io leggo i classici, scrivo contemporaneo e vesto tendenzialmente “stretto”, small.
“Think small” diceva Bernbach.
La grandezza mi consuma.
Chiamasi necessità quella del dettaglio.
Parole in divenire, sperimentare. Tendere a.
Sarcasmo, la lacerazione delle carni. La Scrittura.
Tasti bianchi e neri, note. Glosse a margine. Mozart sulla tazzina del caffè.
Chiamasi necessità quella del “non so”.
Imparo.
Deduco.
Osservo.
Divengo.
Farsi di pagine, l’olfatto tachicardico.
Etimologie per il gusto della necessità.
Amiche, radici, gli scogli. La famiglia. Il punto essenziale di partenza.
Uomini, l’imperfezione di ogni conoscenza da amare.
Segno d’aria che affoga di se stesso.
Presunzione in trasparenza, sfumature curate.
Chiamasi necessità quella dell’Incontro.
Darsi.
Cantautori, letteratura, cinema, mani e musica da discoteca.
Quello che resta.
Di tutto resta un poco.
Chiamasi necessità quella della incompiutezza autografata.