Per la bellezza. Per gli inizi.

Per la bellezza. Per gli inizi.

Per le strade che da sconosciute diventeranno tetti sicuri e case. Per i portici che ti terranno al sicuro dalla pioggia, per l’ansia di ogni inizio bambino, presto pronto a essere adulto. Per quello che non sai, per quello di cui non farai più a meno. Per la musica di Mauro, quando entrerai alle Scuderie. Per gli sconosciuti compagni di banco che saranno famiglia e cielo e domani e sempre e, a volte, niente. Per troppo altro. Per la bellezza.

(…) scappo da…

(…) scappo dalla mia vita (da te, cioè, che sei tu, la
[mia vita):
(se tutto questo ha così poco senso, che farci, allora?): scappo in me, scappo
[in te:
nel mondo tuo, nel mio: (io che ho pensato, persino, una volta, che, dalla vita,
[ho avuto
tutto, avendo avuto te):
quando si arriva, c’è un grido: si dice tana: (è la fine,
[sul serio):
E. Sanguineti. Mikrokosmos

Ad attraversare strisce emozionali, un pedone.

Ad attraversare le strisce emozionali, da pedone privo di equilibrio, V. aveva provato. Più volte, poi, a definire i contorni umani, da pittore astrattista, V. aveva tentato. A intagliare mele marce, a cucire orli strappati di pantaloni dalle gambe troppo lunghe. A riempire frigoriferi di carne, da vegetariano convinto, perchè il rosso come il verde merita uno spazio, almeno lui diceva, di sana e robusta costituzione. A lucidare scarpe da calcetto, da pigro risoluto, V. aveva iniziato, che le discese in campo arrivano anche quando il campo è solo di visione. Visionario diceva-si, visionario si voleva, si sentiva. Si. E no. Che poi  quel vedere altrove faceva male all’occhio destro, anche lui pigro, anche lui solo. A innaffiare le piantine del balcone lì vicino, da amante di  distanze ravvicinate, V. ogni giorno badava. Che la tua cura porta frutti o fiori agli altri e se l’erba del vicino è assai più verde è anche meglio. Vicino si, vicino mi ci sento a te essere imperfetto. E no. Che poi sudano le mani e anche i pensieri a sentirsi partecipi e comuni. E se ti amassi di più, poi, presto ti vorrei bene di meno. A sentirsi Catullo, da odiatore di poeti, V. dolcemente provava. A confezionare canzoni, da sigillatore di promesse, V. insisteva. Che le mani vuote pesano di assenze ma loro sopravvivono, mentre i cuori e le bocche rimangono affamate e vanno a morte. Cantare dunque e sentire qualche cosa, qualcosa fare. A trovare accordi con estranei sull’uso della E, a stringere patti e catene, da amante della libertà, V. consigliava. Per i giorni qualunque V. cercava il modo, il peso, il punto e il filo, poi le scarpe per uscir di casa e i guanti per coprir le assenze. Insufficienti i tentativi di sapersi capace, adattabile e comune, quando il daltonismo rendeva i colori tutti uguali. Ma a tirare avanti le lancette dell’orologio fermo, da persona puntuale quanto basta mai abbastanza, esitava. Vivo si diceva, vivo si-Si sentiva. E no, e si  e poi solo Si. Che i giorni arrivavano tutti uguali e uguali correvano sotto i portici notturni. A Essere un tutto tondo e pieno, dunque, in ogni caso, da amante dell’incompletezza esistenziale, V. ambiva. E uscì a veder le stelle.