La miglior offerta

La peggior offerta

Fossi stata capace t’avrei appeso al muro come quadro da guardare. Ché una cornice t’avrebbe acceso il volto  immacolato, gli occhi sempre stanchi, il biondo lì sul mento a fare taglio per le mani.

Fossi stata meno astuta t’avrei tolto tutto, pure il fiato. Chè saperti costretto dentro ad indumenti mi costava l’astinenza. La maglia larga ti privava di bellezza, la cintura stretta in vita di dolcezza, le scarpe toglievano colore, il jens col nero come quando dentro piove e fuori è troppo sole.

Fossi stata meno attenta t’avrei lasciato andare poi lontano, a sporcarti con il mondo, a convincerti che i giorni sono tanti e tutti da sgualcire, che nasci quadrato e muori tondo e altro non sai dire. Saresti stato stanco il 7 di novembre, dolce il 3 di aprile, forte e delicato come rosa con le spine. E se fossi stata, io, meno invadente avresti adesso soffitti di segreti, fiducia nel per sempre.

Fossi stata capace, maledizione, t’avrei appeso al muro come foto da guardare. Chè uno scatto t’avrebbe immortalato, fatto esempio, di eterno verniciato. Un chiodo a sostenerti quando io di domenica mancavo e comodino sopra cui cadere quando vento freddo avrebbe lì soffiato.

Fatti tempo indietro, amore mio, fatti toccare. Chè più non mi ricordo se esistevi a questo mondo. Fatti luce che ti trovo nel cassetto, cartolina di settembre, bottone sul cappotto, quando dentro mi eri tutto ed adesso non sei niente. Fatti pace con la mia coscienza e dopo sciogli il nodo, cambia stanza, prendi strada, trova il modo. Fossi stata capace t’avrei tolto me dalle condanne, avremmo ora due cuori interi e due comode capanne.

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Finestre

Per me le sere accese

Per me le sere accese, i quadri appesi come viene, le cose a pieno senso. Ma io non lo vedevo, io mica lo sapevo che il giorno si riduce fino ad invecchiare, che la mano quando niente tiene si fa male. Per me giovedì sera e il caldo sulla schiena, domenica mattina che sempre mi guardavi e i giorni tutti, tutti intensi ma ormai dimenticati. Tulipani bianchi sulla Costa illuminata e stanze di futuro da riempire. Per me le sere accese. 

Per me c’avevi sette strade e ne ho viste tre soltanto, per me il fare giusto, il fare tanto. Le paure silenziose, le attese prolungate, niente scuse, ti prego niente, lascia stare. Per me c’avevi gli occhi densi, il fa# min pronunciato e maglia gialla, sabbia tanta, terra ferma. /Per me funziona poco/datti tempo/stai al mio gioco.

Da 0 a 10 noi che siamo?

12!, t’ho detto, ti dicevo. 12 volte t’ho fatto una promessa e mai l’ho mantenuta. 12 volte mi è sembrato vento e sospiro forte sopra al mare. 12 volte t’ho detto di andare per saperti poi tornare. 12 volte che non sono 27 ma mi sanno di tormento, niente spazio, zero tempo.

Ché se torno poi ti trovo, poi per me conclude il giorno e faccio piano, per me c’abbiamo troppo da finire e la mia faccia da pulire. Ché se torno poi mi trovo, zaino sulle spalle, gli anni tutti in piedi e solo il mondo che è crollato, appena via Farini, un pezzo della Torre, il Pratello tutto intatto, e freddo sul costato, l’angolo del divano e il piatto verde, 57 mq di passi improvvisati, i portici tristi, inverni freddi, cuori addormentati. Per me che non ti credo, portami da bere, e quando ho urlato troppo, porta pace, portami del bene. Per me che niente merito dal mondo, per me che non mi faccio gioia e non ritorno, per me qualcosa resta?

Per me c’avevi visto tutto meno qualche cosa, non era poi quella essenziale. Andava bene, avrebbe fatto tutto meno male. Per me le bucce dell’arancia, la rabbia che mi spezza, chilometri in soffitta, forte mal di testa.

Per me il cielo che si apre e meno offese, meno pugni, solo strade. E per te? Per te il buono tutto, il giorno grande, il futuro nuovo e luminoso, le cose che in me erano pietre e in altri sono fiori profumati. Per te palazzi ad abitare, occhi a riempire. Per te il dire quanto il fare e niente numeri, nessuna promessa, il bene da sentire, il mare. Il mare.

Venerdì

Venerdì mi sai di male

Venerdì mi sai di male, del contorcesi convulso del serpente che coda morde e niente teme. Venerdì mi sai di sale, del tappeto arrotolato e messo in piedi in mezzo al niente; non è angolo di stanza, non coltello né metro giusto di distanza. Mi sai di lune piene, di nuvole a cullarsi in mezzo al cielo, a fare piano, a fare nero. Temporali mi si caricano addosso e squarcia il fulmine nel petto. Ho detto “chiudi le finestre, tieni fermo il letto”.

Mi sai un poco di ritorno alle abitudini malsane, alla penna che non dice, al domani che mi tace, ai ferri corti e ai fari spenti, ad agosto sottovuoto che mi rende inerme e un pò disperso. Venerdì.

E mi sai di pane che non riesco a consumare, di bocconi improvvisati che giù non so buttare. E tiro indietro, allora, anche il passo appena fatto che non t’ha dato niente, il tentativo non riuscito di farmi a te presente. Non funziono e non perdono, vacillo negli affanni di chi per natura ancora sono, di quello che rincorro e mai raggiungo, dell’inquieto fuori e dentro forse buono.

Venerdì e qui rimane: la sua bocca a fare presa, il pugno di disprezzo in pieno viso del potente, un foglio bianco che nessuno ha colorato, una lista della spesa e piangi padre chè il mondo mi ha già divorato. Piangi madre e trova soluzione ai giorni, fatti chiesa e prega bene, accendi ceri, interroga la iena ché tu l’hai data al mondo ed oggi più non si dimena. Piangi sconosciuto se non ti ho dato ancora niente, metti in fila il tuo disprezzo e io la mano per il sempre. Venerdì mi prendi ai fianchi? Non ti basto? Venerdì mi sai di male quasi meno, quasi basta se ti vedo e mi presento. Ti invito, puoi ballare? Amo il lento.

Balcone

Qui so di volerti poi incontrare

Qui so di volerti poi incontrare, nello spazio angusto di un balcone di provincia che si affaccia sopra al nulla e che non tiene fiori né tappeti. Tra palazzi diroccati ma per niente spaventati dalla fine. In un accumulo di gente che la vita ha ammassato alla rinfusa, incasellato in verticale, grigia quanto basta, a volte lieta e un poco stufa, distratta, forse disperata.

Qui so di volerti poi vedere, dentro o fuori dalla mia finestra, addormentato o appena sveglio, vestito come viene o denudato. Infreddolito dal passaggio di corrente o troppo stanco, troppo mite, dal profilo scontornato. E tra le dita di una mano che non tiene e fa fatica a trovare nella tasca del cappotto, nel lato sfatto e un pò sinistro del mio cuore, quello perso dietro ai giorni, al vizio dei potenti, al caldo delle ore, sopraffatto dal sentire. Come poggiato sopra al polso che mi tieni il tempo e avvolto intorno al collo che mi fai  più caldo. Come preso dall’istinto di conservazione delle specie, quella che rifiuta l’abbandono e all’altro un pò appartiene. Qui s’aggrappa e tiene botta, allunga a fatica la sua mano e chiede presa, qui sostiene e benedice con un bacio il costato di un Cristo condannato.

Qui so di volerti poi guardare mentre incauto ti rovesci il mondo addosso e non è tazza di caffè nè acqua da asciugare. Io premo forte questa mano dove brucia ogni tuo male. Qui so e non so bene se ti posso poi cercare, nell’armadio pieno di stagioni, dentro ai tuoi calzini, sotto le lenzuola consumate da stanchezza quotidiana, dietro le parole sputate per ferire che sanno dei miei silenzi, delle cose da finire. “Qui” che sia anche l’altrove e ovunque il guardo non ti esclude. Per non perderci e tentare, per non girare intorno ad occhi chiusi e menti da paure obnubilate.

Qui so di volerti poi incontrare, nello spazio angusto di un balcone di provincia che si affaccia sopra al nulla e che non tiene fiori né tappeti ma c’ha, per me, saldi i tuoi piedi.

 

Comodini

L’abisso non ha comodini

L’abisso non ha mica comodini, niente panche, non le tende, neanche due cuscini!”

M’hai guardato stamattina come a dire “Se cado niente si mantiene in superficie. È un risucchio, scivolare, fare i conti con le spine”. M’hai guardato come a ribadire “L’abisso non prevede spazi per l’appoggio, scale a risalire, ascensori funzionanti, corde molto tese, colonnine. Amore mio, nessun arredamento ad abbellire! Non c’è posto per le cose da sentire!”.

Preso da sconforto mi sono poi ingegnato, foglio, una matita e per te l’ho costruito… un abisso fatto a Casa che c’avesse il tetto sopra, il pavimento ben fissato, luci al neon a illuminare, mensole dovunque, i tavoli, le sedie forti e belle, di marmo poi le scale. T’ho progettato una mensola a “infinire” che attraversa i continenti, volevo ci poggiassi i libri, i sogni, i documenti. Un appendiabiti stellato che c’avesse il mio profumo per lasciarci appesi i giorni di ogni anno, i cappotti, le valigie, il martedì mattina, e fare luce a tutto quanto e dirti mio e più di nessuno. T’ho disegnato una cascata di latte accanto al letto di ciliegio, un comodino grande con  cassetti colmi di ogni pregio. Il letto, amore mio, è fatto per restare. Ha dentro la cucina, un bar senza bancone per toglierti i confini, mille stanze per il bene, un parco con il sole, il negozietto di camicie che ti piace, le strade che ricordi, la grotta da guardare, la spiaggia e, certo, anche tutto il Mare.

Una linea l’ho tirata verso il cielo con il verde e ho disegnato un armadio che contenesse il tuo domani, gli amori più importanti, i treni quelli persi, gli amici ritrovati, i lavori di successo, gli scarponcini per la neve, i concerti in prima fila, le vittorie meritate, gli slanci fortunati. T’ho messo accanto al letto la sabbia del deserto, una finestra a tirar vento che ti ricordasse poi l’Egitto. La collana l’ho trovata e l’ho riposta nel bicchiere, pieno d’acqua e lunghe primavere. Millemila di milioni milionanti incastri li ho previsti per le scatoline, tu le apri, le colori, ci metti dentro le manine. Quando hai fatto tutto quel lavoro che ti piace puoi sederti sul selciato del gigante, qui in Irlanda, e prenderti il tuo tempo, fare a modo, essere contento. Nell’abisso che per te ho progettato c’è spazio sufficiente per un porto, un figlio, un planetario, le stanze dei parenti, aerei-arcobaleno, pacchi di pasta buona e tanti condimenti. C’ho montato un giradischi per la musica del mondo, ho insonorizzato tutto, chiamato mille orchestre che accompagnassero ogni giorno. Amore mio, volevo dirti che l’abisso mi toglie tempo e alimenta fantasie ma che per te lo rendo bello, forte e con mille garanzie.

T’ho visto poi rientrare dalla porta, era sera e io per lo sforzo un pò tremavo, m’hai guardato come a dire “Amore mio, che hai combinato?”. T’ho guardato e ho fatto piano, mi son tolto dal furore e poi ti ho detto “Amore, l’abisso non esiste, andiamo a letto”.

telefono

Ché ogni giorno ti dimentico

Ché ogni giorno ti dimentico

per dimenticarti ancora, il giorno dopo,

fino a farlo diventare sempre.

 

Il lunedì mattina, ti dimentico,

appena sveglio,

venerdì prima di cena,

domenica alle 15.00 sentendo il peso delle 17.00 e poco poco.

il 3 febbraio, il 5 di ogni mese, il 9 quando è agosto.

 

Quando non ti scrivo, ti dimentico,

quando non mi pensi,

quando più non dico,

quando un pò mi manchi,

quando faccio finta,

quando silenziamo.

Quando le parole troppe,

poi il niente tutto,

la musica, quel verso,

il caffè, le gelaterie, il tapis roulant, la seta, il mantello,

le battute, i cani, gli aeroporti, le stronzate, il vino,

le porte chiuse, la gelosia, i quadri, le cose, i volti nuovi,

i chissenefrega, le paure, la poltrona, le camicie,

le cornici, le mani, il film, il computer, la lezione,

le lancette, le delusioni, i portici.

 

Ché ogni giorno ti dimentico,

per dimenticarti ancora, il giorno dopo,

fino a farlo diventare sempre.

Ti dimentico ogni giorno da 91 giorni appena.

 

Ché m’hai fatto male,

togliendo tempo a quello che restava,

spazio a ogni mia difesa,

parole sopra a un tavolino che ci volevano un pò guarire.

 

Ché mi fai male e io dimentico,

la vita s’attacca al collo e non ci sei.

E alle mancanze non s’aggiunge niente.

Finisce pure la poesia.

 

colori

Immobile Restare

Darti un colore, un suono, un tempo.
Dirti un giorno, un consiglio incauto, un vanto.
Di poterti poi trovare tra le cose che ho tenuto, poche ma felici.
Di sentirti, tra le dita di una mano a camminare, tra le cose che per te saprò capire.

Leggero nel chiarore della tenda che col vento poi si schiude, il riso.
Di te un rosso matto a respirare.
Di tenerti incerto e spensierato, a volte stanco, preoccupato. Di tenerti ancora e farmi male nella presa, che al corpo mio risucchia forze intere e continue fantasie.
E a modo fare. Al mondo per te stare.
Di vederti gli occhi dolci e ben nascosti sotto il più raro dei cuscini, quello che protegge l’oro sacro degli animi bambini. Di te vederti il centro, il fondo e il lato, di saperti integro, da me solo poco consumato. E non toccare a rovinare, fare piano, la musica abbassare. Di te arrossire e più non fare.

/Immobile/Restare/

Di darti mille o uno solo, per intero e mai sfumato, arcobaleno. Di darti spazio sano e tempo pieno. Poi le more, l’agosto giusto, il freddo di dicembre, il portico più bello, la forza innata per il sempre.
Di darti la carezza nella mano e almeno un credo nella testa, lacci ben tenuti per le scarpe e tasche grandi a contenere i piani. La matita per sottolineare tutto e ancora un poco, la finestra per guardare dove io mi trovo, la luce accesa a dire “corri” e l’interruttore pronto a staccare i brutti giorni. Di darti amore che sia pane. Può bastare?

Di mostrarti che ho paura e a volte faccia scura ma convincerti che è tutto chiaro e ha sapore di premura. E pulire i passi, togliere il fastidio, trovarti tra le cose che ho curato.
Che una rosa è una rosa. È una rosa la tua mano.
Darti poi un contorno e farti margine perfetto, respirarti forte il senso e lasciare sfatte le lenzuola sopra il letto. Permettere che sia l’amore a mantenere e non dire mai “prometto”.

Di poterti poi cercare nelle cose mie comuni che mi sapranno nuove, scegliere il dove, il quando, il come. Leggero nella pioggia della sera, insieme ad acqua di fontana, toccarti in trasparenza, il viso. Di te un blu acceso e non dormire. E dirti ancora e poi finire.

scale

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale

Ho preso tempo per non far vincere l’istinto del mio fare e ho fatto male.

Allora ho preso fiato e mi sono un pò buttato, a capofitto, nell’impresa, e ho fatto peggio. Peggio è stato il dire, il non capire che eravamo assai distanti, inconcludenti, a tratti dipendenti dal mio Male.

Ho preso un treno per portarmi indietro, chiudere e ricominciare. Sul vagone mi è iniziato il tremolio dello sconforto primordiale, di quando nasci che ti sembra di morire.

Ho preso d’acqua un sol bicchiere, tirato tutto, nulla a rinfrescare. Avevo male.

Ho preso tempo ancora, vai col respirare. Contavo in spilli l’aria che mi usciva dalla bocca e in chiodi quella a entrare. Come un Cristo, mi sentivo, che sopporta il dolore delle genti e lì rimane, appeso e sanguinante. La croce non l’avevo ma il chiodo nel suo ferro lo sentivo.

/ Vicino di vagone, che mi guardi come fossi sconosciuto, dico a te, tendimi la mano. Lo vedi che sono buono? Che il sentire non lo dico ma ti imploro? Soffro il tuo soffrire, il tuo sereno stare, il fare e un pò l’avere, il miele quanto il sale. Soffro il mare.  Non lo vedi? /.

Ho preso le distanze dall’assenza di contatto poi visivo. Chi non t’aiuta t’ha solo poi tradito.

Ho preso in mano quel poco di ragione che restava per scendere dal treno.

Ho fatto in fretta. Ho preso la valigia, il collare del tuo cane, la terra sotto i piedi maledetta.

Ho preso spazio tra le gente che passava e giù di corsa lì per strada.

Al semaforo d’incrocio il verde m’ha spiazzato. Son rimasto inerme. Ho preso lo scudo da battaglia e l’ho lasciato. – Codardo, figlio mio. Te l’ho detto che con lo scudo si torna dalla guerra. O sullo scudo, quando hai perso. Figlio mio, ma tu mi vivi ancora, grazie al cielo. E le guerre hanno tutte da finire. Una croce l’hai lasciata, tu prova a ripartire -.

Ho preso, dandomi il braccio, almeno un milione di scale a salire.

Al rosso ho preso forza e ho camminato.

/ L’effetto devastante del perdono di se stessi ha fatto il resto /.

Ho preso quel poco che restava per riavermi, in parte o per intero. Per me o per uno sconosciuto che al mondo mi somiglia. Ho preso gli anni, le disfatte, le primule in cortile. Ho preso maggio, novembre e poi l’aprile. Ho preso Mattia, la Franca, Michele e la Sofia. Ho preso per capelli il mio buon grado di follia.

Ho preso quello che restava in fila ad aspettare, il 15 d’agosto tutti insieme al mare. Ho preso il liceo col tunnel che m’aveva intrappolato, il gelato all’amarena, l’amore più spietato. Ho preso i jeans, lo spazzolino, le bollette della luce mai pagata, l’insalata, il libro che invano mi ero dedicato, la canzone scritta a penna sul costato.

Ho preso a schiaffi la paura e ho detto “ancora”.

Ho detto “io mi sento”, io forse credo. Nel “forse” ho preso vita e un attimo d’amore.

Forse. forse.

Il sole.

 

Sei l’Intero.

Ho provato, sul finire di giornata, a darti un soprannome, a tagliarti nel concetto, a stravolgerti nel senso. Mi hanno detto che bisogna un pò ridurre, fare piano, ammorbidire. Fare ancora, un pò smussare. Ché così chiede l’amore.

C’ho provato, io, davvero. Mentre il sole mi cadeva addosso, c’ho provato.

Il nome tuo, per amore dell’amore, l’ho tagliato.

Pensavo di rendere leggero il peso del sentire che mi tiene quando piano poi ti chiamo. Alle sette di mattina io ti dico tutto intero, ancora un pò assonnato, e alle 9 della sera ti ripeto, forte e giusto sul palato, stanco forse, a volte disperato. Mi sai sano, tutto intero, quando ti allontano e urlo forte perché più non ti perdono. Mi sai buono, nella prima e nell’ultima vocale. Mi fai male, e a seconda consonante mi verrebbe da lasciare.

Ho ricomposto il centro e, per amore dell’intero, ho lasciato tutto come stava. Son tornato indietro.

Tolgo solo l’ultima vocale, mi son detto. Ma è là che io ti vedo, proprio infondo, quando mi sei giunto a compimento dentro al petto e nella bocca, quando ti lascio il gusto al cioccolato infondo al cono e lì finisce tutto, pure la fatica della settimana strana. Così l’ultima vocale del tuo nome l’ho lasciata e son tornato indietro ancora.

E se sposto solo qualche cosa? Se tolgo un pezzo e metto un altro e provo poi a mischiare? Se cambio il grado di colore e il mio modo di parlare? Se t’aggiungo il nome che daremo ai nostri figli, o il rumore che fa la porta quando sbatte e tira vento, l’errore di dettato fatto in prima elementare? C’aggiungo al nome tuo il mio nome che proprio non ti piace, ma poi facciamo insieme ed entra un pò di luce. Ci metto quello di tuo padre, forse quello della tua migliore amica o un pò di note musicali. Ho pensato che ti piace il cielo e c’ho lasciato un pò di blu, poi sopra il verde e una serie scombinata di sospiri, quelli tuoi quando m’appartieni e tutto siamo.

Nel tuo nome ci ho messo quello che potevo e alla fine mi ha schiacciato, come quando litighiamo e mi sento un masso sul costato, mi sento gigantografia di deficiente quando piangi, e vuoto di burrone, mi sento sfibrato in ogni lembo mio di carne e spremuta di cazzate a profusione. Mi sento tutto e poi non sento niente. C’ho provato, io, davvero. A diminuirti, a vezzeggiarti, a prenderti e disfarti. Per amore dell’amore mi son fatto fanciullino pascoliano e ho messo Dei ovunque, parole nella bocca di ogni Adamo. Ho usato pinze e forbici e punti di sutura, c’ho messo dentro confusione, i libri, la paura. T’ho reso inerme e poi potente, ho tolto il male, aggiunto il sempre. Ma non mi diminuisci dentro e non vezzeggi neanche tanto, non cambi consistenza, non mi lasci e sai d’incanto. Sei l’intero del tuo nome, fonema per fonema mi appartieni. E più non riesco, non provo nessun gusto a farti altro. Sei l’intero, il mio perfetto pronunciato.

 

poesia muri

Alle 18.40

Voglio fare.

Fammi spazio.

Vorrei dirti.

Dimmi “tutto”.

Se poi finisce?

Continuo io.

La parola e la mano.

La musica la senti?

La poltrona nella stanza?

La preferisci al cielo?

Preferisco il 5.

Prendi anche quello che rimane.

Mi fa male.

Questo è il bene.

Ho paura.

Mi è venuta fame.

Fai piano.

Stringi forte.

In che senso?

Il tatto.

È buio.

Mi fai luce.

E domani?

È venerdì.

Vado via.

Via San Felice?

Smettila.

Tu finiscimi.